Il Tirreno

Toscana

L’Etiopia oggi è un gigante che rischia di implodere

Alfredo De Girolamo Enrico Catassi
L’Etiopia oggi è un gigante che rischia di implodere

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Il Corno d’Africa corre inesorabilmente verso la prossima tragica guerra civile. Nel nord dell’Etiopia nuovamente si affacciano violenza e povertà. Oltre un milione di vittime il prezzo pagato nell’ultimo interminabile conflitto regionale per l’indipendenza dell’Eritrea, a cavallo tra gli anni ’70 e ’90. Eventi drammatici. Diramazione periferica, e sporca, della guerra fredda.

Ci sono volute quasi tre decadi prima che tra le due ex colonie italiane si procedesse ad una fase di stabilizzazione dei rapporti. Nel 2018 a Gedda è ufficialmente sancita la riappacificazione, con un fragile accordo. Iniziativa di riconciliazione voluta dal primo ministro etiopico Abiy Ahmed, ex militare che sorprende positivamente la comunità internazionale con il suo gesto: verrà insignito del Nobel per la pace nel 2019. Escluso dall’onorificenza il regime di Isaias Afewerki, ancora impresentabile. Tuttavia, il tentativo di distensione è premiato con la revoca delle sanzioni ONU. La speranza è che Asmara imbocchi la strada delle aperture. Un anno dopo tutto da rifare o quasi. Intanto, si stima che migliaia di eritrei sono migrati nella vicina provincia del Tigray. In fuga dalla dittatura e alla ricerca di lavoro. Finiranno nel bel mezzo di scontri inter-etnici. È l’esplosione delle tensioni tra il governo federale e separatista del Tigray e quello centrale di Addis Abeba, tra la minoranza dei tigrini e la maggioranza Oromo. Autonomisti che scelgono la ribellione tenendo a settembre elezioni amministrative vietate per pandemia. Illegali per il parlamento etiope.

La durezza del confronto culmina con il recente intervento militare. Eserciti contrapposti. Bombardamenti. Feriti e morti, in rapido aumento. Nel capoluogo di Macallè e nelle aree limitrofe manca da giorni luce e internet. Le strade sono bloccate. Chiuso l’aeroporto e le banche. Lunghe code per le scorte alimentari, il cibo scarseggia. E c’è chi scappa. Una marea inerme di rifugiati ha sconfinato in Sudan. I funzionari di frontiera sudanesi descrivono una situazione umanitaria agghiacciante: gente affamata e stanca, bambini esausti. Storie d’Africa, scene che si ripetono nel tempo ciclicamente. Volti piegati dalla fatica, dal dolore, senza vestiti, denutriti e malati così apparivano ai militari israeliani che con due operazioni e due ponti aerei trasportarono in salvo poco meno di 30mila ebrei etiopi, nel 1984 e nel maggio del 1991. E sempre così si erano presentati agli agenti anglo-egiziani i circa quindicimila appartenenti alla tribù degli Habab entrati nel Sudan sotto dominazione britannica, scappavano dal giogo del colonialismo italiano. Era il gennaio del 1895 ed in soli quattro giorni l’intero clan abbandonò le proprie terre marciando dall’altopiano che sovrasta il Sahel eritreo verso la libertà. Quando poi tornarono sui loro passi pagarono amaramente quell’avventura.

L’Etiopia è oggi un gigante che rischia di implodere, imboccando la balcanizzazione, sentiero foriero di sofferenze, lacrime e sangue.


 

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