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La politica toscana dietro alle poltrone mentre il virus prendeva la rincorsa

Cristiano Meoni
La politica toscana dietro alle poltrone mentre il virus prendeva la rincorsa

La nostra regione non è stata semplicemente punita dall’algoritmo spietato dei 21 parametri che ci condanna al lockdown. Se l’è anche un po’ cercata: i motivi

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Questo è un pezzo sul tempo. Che va saputo scegliere (si chiama tempismo) ed è sempre relativo: un mese può essere un’eternità o un attimo, dipende dal contesto. Aver impiegato un mese per formare la giunta regionale (22 ottobre), essersi attardati in trattative sugli assessorati mentre il virus prendeva la rincorsa verso la seconda ondata, è stato un errore che oggi paghiamo con la zona rossa. Tutti, non solo quelli che l’hanno commesso. A volte a dir le cose semplici e dirette si passa da demagoghi ma è la cosa migliore, se fatta in chiarezza e buona fede. E noi giornalisti dobbiamo dire le cose. Perché abbiamo il privilegio di venirle a sapere e quello di poterle scrivere. Del resto non è difficile sostenere la tesi che la Toscana non è stata semplicemente punita dall’algoritmo spietato dei 21 parametri che ci condanna al lockdown. Se l’è anche un po’ cercata, perché quei dati sono figli di quello che “non” è stato fatto, almeno fino a una decina di giorni fa. Basta riguardarsi quello che è stato detto e scritto nelle settimane addietro.

Già il 17 ottobre l’agenzia regionale di sanità (Ars) – che è un braccio della Regione – denunciava che il tracciamento era saltato e che avevamo imboccato una china pericolosa. «Quando si osserva una percentuale di positività tra il 5% e il 10% - scriveva l’Ars - è ipotizzabile che non si stia più riuscendo a tracciare in modo efficace i contatti dei casi positivi e ci si stia concentrando maggiormente su chi ha sintomi, senza raggiungere le persone asintomatiche. Questo rapporto è arrivato oramai oltre l'8% per la Toscana». In quei giorni però l’attenzione della politica toscana era concentrata su ben altro. Che giornate campali, di trattative estenuanti, telefonate convulse, nottate insonni, riunioni in cui si entrava papi e si usciva cardinali. Di carte giocate su più tavoli, nazionali e locali. Di mediazioni, rinvii, tatticismi.

Con la casella più importante della giunta, quella dell’assessorato alla sanità, decisiva per l’emergenza Covid, giocata al suk dei partiti e delle correnti, secondo l’intramontabile Cencelli. Quando la politica smarrisce la realtà, perde il senso del tempo drammatico che stiamo vivendo e si astrae sospendendosi in una bolla è sempre un problema. Ed è successo quello che si temeva. Con un presidente non più in carica (Enrico Rossi), un presidente non ancora in carica (Eugenio Giani) e un assessore alla sanità non ancora deciso, la macchina regionale della sanità ha arrancato. E ha cominciato ad accumulare ritardi.

Nell’intervista di Ilaria Bonuccelli del 2 novembre, il neo assessore alla sanità Simone Bezzini ammetteva: «Non posso negare che quando ci siamo insediati avevamo un arretrato importante nei tamponi e avevamo alcune difficoltà a gestire l’organizzazione dei test». E così ci siamo ritrovati a metà ottobre col 63% di casi non tracciati, abbiamo perso il filo del Covid e non l’abbiamo più ritrovato. E ora, come minimo, due settimane di zona rossa e altre di arancione. Il tempo può essere un attimo o un’eternità.

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