Il Tirreno

Toscana

editoriale

Quelle mascherine usate, foglie tossiche d'autunno

Fabrizio Brancoli
Quelle mascherine usate, foglie tossiche d'autunno

Le foto di Laura Lezza sono un drone sulla nostra coscienza, silente perché finora probabilmente pensava ad altro. Ora però ci costringe a guardare le nostre schifezze, l’indifferenza odiosa dei nostri gesti

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Una decina di giorni fa a Montecatini Terme, intorno alle 18, stavo camminando tra le Panteraie e viale Amendola, per andare alle Poste. Le strade erano deserte e mi ero tolto la mascherina, agganciandola (malamente) al polso. Quando ho visto persone in lontananza e ho deciso di indossarla di nuovo, mi sono accorto che l’avevo persa.

Maledizione.

Primo, mi sono ritrovato improvvisamente sguarnito, senza protezione. Secondo, su un marciapiede, da qualche parte, c’era la mia mascherina Fp2 bianca usata. Avevo contribuito a creare una di quelle scene che io stesso non tollero, quando passeggio nelle nostre città: l’immagine di un degrado materiale e morale, con l’abbandono sul selciato di piccoli oggetti brutti, sporchi e pericolosi in caso di contatto con altre persone.

Sono andato a recuperare in macchina un’altra mascherina nuova, poi ho ripercorso compulsivamente i luoghi dove mi sembrava di aver camminato; al buio ho controllato l’asfalto e le aiuole. Giuro. Ma la mia mascherina non l’ho trovata. Ho imparato che quelle immagini che critico tanto, a volte sono frutto di errori involontari più che di abbandoni sprezzanti. Ma credo che i gesti involontari siano la minoranza rispetto a una volontaria trascuratezza. E in ogni caso io ero stato negligente; non c’era dolo ma c’era colpa.

Mi sono sentito un deficiente. Da quel giorno, se devo proprio togliere la mascherina, me la assicuro al polso legandola o, più correttamente, la ripongo in un sacchetto o in un foglio di carta pulita, in tasca. L’idea di aver partecipato a una brutta figura sociale rimane e rimarrà.

Vediamo ogni giorno queste foglie autunnali tossiche e altamente inquinanti. Invece che distaccarsi dagli alberi e svolazzare poeticamente sul pavimento dei nostri passi urbani, scivolano dalle nostre mani distratte o superficiali, frutto non della stagione ma degli schiaffi che rifiliamo sistematicamente al concetto di senso civico. Laura Lezza è una bravissima fotografa; lavora per agenzie internazionali e sa coltivare l’arte del dettaglio e della lettura laterale delle cose. A Livorno ha scattato dodici fotografie belle quanto impietose, di marciapiedi con mascherine sudicie, spiegazzate, calpestate. Per iniziativa di Aamps e Comune di Livorno, questi scatti diventano ora una mostra diffusa, con la vergogna appiccicata su giganteschi cartelloni, in quella che potremmo chiamare legittimamente pubblicità progresso, perché si pone l’obiettivo, forse velleitario ma certo nobile, di sensibilizzare tutti (compreso il direttore del Tirreno) a fare attenzione e a farsi delle domande.

Laura mi ha mandato qualche anteprima su whatsapp: le sue foto sono molto efficaci, direi brutali. A me sembrano delle foto scattate con un drone, solo che raffigurano mezzo metro quadrato e non un promontorio o il corso di un fiume. È il drone della nostra coscienza, silente perché finora probabilmente pensava ad altro. Ora però ci costringe a guardare le nostre schifezze, l’indifferenza odiosa dei nostri gesti. Si dice che l’arte e le mostre funzionino quando fanno pensare. Bene, pensiamoci.


 

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