Sicurezza
Tornare alle comunità, ripensare l’urbanistica
L’epidemia sta fornendo alcune indicazioni chiare per il futuro. Gran parte della sua diffusione dipende dallo spostamento di centinaia di migliaia di persone in direzione dei grandi centri dove sono concentrate attività produttive, servizi e luoghi di formazione. Ciò significa che il modello delle megalopoli in larga misura svuotate di residenti e popolatissime di utenti e lavoratori diurni è difficilmente conciliabile con le “nuove” malattie sociali che sembravano scomparse.
Lo spostamento degli abitanti in vastissime periferie da cui muoversi ogni giorno crea inevitabili e, spesso, non risolvibili assembramenti. In questo senso andrebbe ripensata l’urbanistica, concependo una realtà policentrica, composta di aggregazioni socio-economiche più piccole, quasi autosufficienti, dove gli spostamenti sono minimi e le comunità risultano più “chiuse”. Anche i grandi edifici dovrebbero essere riconsiderati; basti pensare alla complessità degli accessi, all’utilizzo degli ascensori, alla convivenza nello stesso edificio-città di migliaia di lavoratori provenienti dalle parti più diverse. In maniera analoga la rete della distribuzione commerciale non può più essere basata su enormi spazi frequentati da migliaia di persone in maniera simultanea. In altre parole, l’epidemia pone la sfida del ritorno a dimensioni più piccole, più autosufficienti, più coese, in grado di garantire anche una rete sociale di comunità. Le stesse dimensioni delle abitazioni non possono essere più quelle dei monolocali-dormitorio perché sarà necessario, e inevitabile, passare più tempo in tali spazi domestici e meno fuori. Si tratta solo di una considerazione di natura molto generale che, certo, implica una profonda trasformazione dei processi di produzione e di consumo ma che l’epidemia pare suggerire con forza.
A questo riguardo, senza entrare nel merito della natura di simili trasformazioni, sono possibili due notazioni. La prima ha a che fare con un’avvertenza importante. Perché l’autosufficienza, le piccole dimensioni non determinino un impoverimento culturale, sociale ed economico occorre un radicale potenziamento della digitalizzazione che deve essere un servizio pubblico e, in quanto tale, gestito dal pubblico. In tal modo si possono rivitalizzare gli oltre 8 mila Comuni italiani evitando gli spopolamenti, evitando gli assalti alle metropolitane e ai tanti trenini di provincia e, al contempo, dotandoli della rete per far circolare idee e risorse. Forse, anche l’Alta velocità dovrebbe essere ripensata, per destinare più risorse alla manutenzione dei territori, al recupero edilizio e, appunto, alla digitalizzazione.
La seconda notazione è di natura economica. Per fare tutto ciò servono tante risorse che dovranno essere in larga misura prese a prestito attraverso l’indebitamento pubblico, anche mediante i prestiti europei e soprattutto con le “risorse” della Bce. È probabile quindi che dovremo essere tutti molto più “locali” , molto più digitali e molto più europei; nella sostanza dovremo maturare una nuova idea di cittadinanza. Certo per avviare una riflessione organica sull’epidemia e coltivare la cittadinanza condivisa dovremmo usare una maggiore cautela nella scelta dei termini da adoperare perché possono lasciare tracce profonde. Le parole, infatti, hanno un valore simbolico spesso decisivo, in grado di incidere, in maniera duratura, sull’immaginario collettivo soprattutto nei momenti di grande paura. In questo senso l’uso del termine “coprifuoco” per indicare alcune misure restrittive da adottare o già adottate nel contrasto della pandemia appare davvero infelice per la carica di ulteriore tensione che è in grado di generare. Il coprifuoco era una pratica introdotta in alcune città medievali per evitare incendi accidentali che assunse subito caratteri repressivi destinati a impedire la “vita notturna” .
Il giovane Cecco Angiolieri venne “multato” dalle autorità senesi nell’estate del 1282 perché trovato in giro dopo il terzo rintocco delle campane che annunciavano, appunto, il coprifuoco. Da allora i costanti riferimenti letterari a tale termine lo hanno reso l’espressione più esplicita di una forzata condizione oppressiva. In Italia fu introdotto per l’ultima volta dopo il 25 luglio 1943, quando il re, su sollecitazione del Gran Consiglio del fascismo, aveva destituito Mussolini e lo aveva sostituto con Pietro Badoglio, il cui primo atto fu proprio quello di adottare un regime di stato d’assedio che contemplava il coprifuoco. Così “il Resto del Carlino” sintetizzava il provvedimento: “Sono vietate nei luoghi pubblici od aperti al pubblico, ed in qualsiasi ora, le riunioni di più di tre persone; sono vietati gli spettacoli teatrali, di varietà, cinematografici, sportivi e simili; i pubblici esercizi (ristoranti, trattorie, caffè, bar, osterie, ecc.) saranno chiusi per la durata del coprifuoco ed in ogni caso dal tramonto all’alba, ossia dalle ore 20, 30 alle ore 5, 30; è vietata la circolazione di autoveicoli (autovetture, autocarri, motocicli) e di motoscafi, tranne per le necessità dei servizi pubblici e militari” . In questo momento, estremamente difficile per il paese, in cui è indispensabile la convivenza con l’epidemia bisognerebbe evitare gli “abusi linguistici” che, soprattutto se ripetuti con eccessiva leggerezza, possono definire uno stato di opprimente eccezionalità non conciliabile con il razionale e cosciente rispetto delle regole.
Le misure di prevenzione sanitaria non possono essere tradotte, in termini linguistici, in nuovi proibizionismi che, storicamente, sono sempre stati perdenti e soprattutto non hanno mai aperto fasi veramente nuove.
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