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Trump e la malattia esibita per calcolo

Alessandro Volpi
Trump e la malattia esibita per calcolo

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Un thriller americano, a fumetti. Al presidente Trump risultato positivo, prima ancora del trasferimento all'ospedale militare, è stato iniettato un farmaco in fase sperimentale, attualmente testato su un numero molto limitato di soggetti. Per poterlo fare il medico personale del presidente, Sean Conley, ha chiesto e ottenuto, con estrema rapidità, l'autorizzazione da parte del chief executive di Regeneron, la casa farmaceutica che produce tale farmaco, a cui ha fatto seguito il visto della Food and Drug Administration, l'organo di controllo. Il farmaco, peraltro, pare sia stato iniettato in maniera massiccia nella speranza di un veloce effetto. Di fronte ad una situazione così anomala sono sorte varie domande. E' chiaro che pesa il rischio di un vuoto di potere, reso concreto anche dal pericolo che anche il vicepresidente possa essere stato contagiato. E' naturale che pesi la campagna elettorale in corso per la più importante carica politica del pianeta ed è altrettanto palese che, in questo momento, sarebbe impossibile qualsiasi reale cambio di candidatura in corsa.

Ma somministrare un farmaco sperimentale al presidente degli Stati Uniti, con la "liberatoria" della casa produttrice e il via libera dell'organo di vigilanza che in genere concede un impiego sperimentale solo nel caso di grave pericolo per il paziente, ha rappresentato davvero uno scenario estremo e inedito. La politicizzazione della pandemia narrata da Trump non gli consente di stare troppo tempo ricoverato e può averlo spinto a pensare che solo una rapida guarigione costituisca la dimostrazione della "verità" della sua tesi, consentendogli di vincere le elezioni. Purtroppo la veloce somministrazione di una cura sperimentale ha indotto a due ipotesi; Trump aveva, ed ha, seri problemi di salute o ha deciso che vincere le elezioni valga l'azzardo di una cura sperimentale. In ogni caso, si tratta di una storia che sembra tratta da uno dei tanti film a stelle e strisce, affascinanti proprio perché irreali; una storia che, divenuta reale, risulta decisamente triste e inquietante. Ed appare ancora più inquietante per la successiva evoluzione. Il presidente, che era reduce da un goffo confronto televisivo con il "vecchio" Biden, dopo il fulmineo ricovero, nel giro di poche ore, è “guarito”, pronto per farsi un bel giro in macchina e per salutare, senza mascherina, i fan. Si potrebbero scrivere molte cose su questa seconda parte della vicenda, ma due considerazioni balzano agli occhi in maniera evidente. La prima è costituita dalla profonda "originalità" del racconto opaco e strumentale operato da Trump della sua "malattia". A differenza dei leader del passato, da Stalin, a Mitterrand e a numerosi altri, la narrazione della malattia non ha mirato, nel caso di Trump, a nasconderne l'esistenza per ragioni di stabilità del potere; non c'è stato il tentativo di occultare il male per non minare la credibilità e la tenuta del leader. In altre parole, non ci sono stati la vergogna e il timore della debolezza connesse all'essere malati. Nel caso di Trump, la malattia è stata esibita, in maniera decisamente artificiale, per dimostrare la debolezza della malattia stessa in coerenza con la narrazione secondo cui la malattia, di fatto, non esiste. La malattia non deve essere nascosta perché il leader dimostra, avendola presa, la sua totale inoffensività; il messaggio politico ed elettorale è, in tal senso, chiarissimo. La seconda considerazione riguarda la sostanziale indifferenza con cui Trump tratta il tema dei privilegi di cui ha goduto; ha avuto una cura non concessa agli altri americani, ha beneficiato di un trattamento decisamente costoso e ha conosciuto un iter sanitario da sovrano di antico regime. Non si è minimamente preoccupato di mettersi nei panni dell'americano medio, in questo modo violando una delle regole dell'immaginario populista. Ma è chiaro che il messaggio che vuole trasmettere è quello dell' onnipotenza che non lo sottopone alle regole dei mortali; il mito, a stelle e strisce, del supereroe, a fumetti. L’aspetto ancora più incredibile è rappresentato poi dal fatto che, proprio in qualità di supereroe, il comandante in capo del paese più potente del mondo ha definito l’attuale epidemia non troppo diversa dalla comune influenza, ritenendola anzi meno pericolosa. Una simile affermazione è stata censurata da Facebook e riportata da Twitter solo perché di “pubblico interesse”, ma con l’avvertenza esplicita che “questo tweet viola le nostre regole sulla diffusione di notizie scorrette e dannose”; in altre parole, il presidente degli Stati Uniti diffonde fake news. Ormai Trump ha deciso che la sua strategia elettorale si concentri su un unico argomento, la pandemia, o meglio ancora sulla narrazione “scientifica”, europea e liberal del virus - di cui Biden e i democratici sono i passivi interpreti - che sarebbe responsabile di tutti i mali degli Stati Uniti piegati da inutili lockdown e da paure senza motivo, capaci di dare forza al malriuscito tentativo cinese di infettare i “sani americani”. In altre parole, lo sforzo “eroico” del presidente dell’America first, che stava gonfiando i profitti delle Borse e stava arricchendo gli americani, è stato contrastato da un “complotto” costruito da potenze straniere, dai social e dai media complici. E’ naturale che se le elezioni dovessero andar male, il supereroe non esiterà a fare appello all’ultima resistenza dei “veri americani”, con buona pace della democrazia, in realtà non troppo aiutata dal largo uso del voto postale.



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