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Toscana

L’artigiano non riesce a pagare Cancellati 430mila euro di debiti

Niccolò Zancan
L’artigiano non riesce a pagare Cancellati 430mila euro di debiti

Ha perso tutto per salvare l’azienda, vive con pochissimo: il tribunale applica la legge “salva suicidi”  

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PRATO

Certe volte un uomo può essere salvato dalla persecuzione dei suoi debiti. È successo a Prato, dove un giudice della sezione fallimentare del Tribunale ordinario (anzi, una giudice) ha emesso una sentenza in qualche misura storica: «Rilevato che l’indebitamento non è riconducibile a negligenza del debitore, ma piuttosto alla sua volontà di sostenere la società, impiegandosi in prima persona al fine di garantire l’accesso della stessa al credito bancario, rilevato che non è stata riscontrata l’esistenza di atti in frode… Dichiara inesigibili i crediti non soddisfatti». Cioè: 430mila euro cancellati dalla faccia della terra.

L’uomo che può ricominciare a vivere ha 57 anni, lavorava come artigiano per una piccola azienda di termoidraulica specializzata in impiantistica civile. All’inizio era solo un dipendente, poi è diventato un socio di minoranza. Perché quando i conti nel 2012 avevano iniziato a mettersi male, alla seconda ondata della crisi economica, il titolare aveva cercato di fare entrare nel capitale della società anche i dipendenti. Infine, per scongiurare il fallimento ormai imminente, era stato chiesto proprio a lui – all’artigiano con un piccolo pacchetto di quote azionarie – di firmare la fideiussione della salvezza: 500mila euro di prestito per continuare a esistere. Per provare a andare avanti. Per non soccombere. I soldi furono chiesti a una banca della zona di Prato. E lui, il dipendente già socio, nella speranza di salvare il suo lavoro e anche la sua azienda, aveva firmato come garante.

«Se un attimo prima il nostro assistito ci avesse chiesto consiglio nel merito, io gli avrei detto di non farlo» dice adesso l’avvocato Simone Frosini che, assieme ai colleghi Simone Goti e Nicola Ciardi, ha seguito tutta la vicenda. «Abbiamo capito subito che c’erano tutti gli estremi per passare il vaglio della meritevolezza e ottenere la sdebitazione. Perché lui non si era mai esposto prima, aveva sempre pagato le tasse e mai aveva giocato d’azzardo. Aveva messo la firma su debiti che non erano suoi, e probabilmente lo aveva fatto senza nemmeno conoscere, in modo compiuto, tutte le conseguenze».

Ecco quindi l’idea di fare ricorso alla legge 3 del 2012, meglio conosciuta come la legge “salva suicidi”. Quella approvata proprio per togliere dall’angoscia le persone schiacciate di fronte a montagne di debiti inestinguibili. Ma è stata comunque una lunga attraversata, come tutte le storie italiane. Fallita l’azienda, la banca ha chiesto indietro i soldi al dipendente. Il quale si è visto pignorare metà casa e una parte di stipendio, hanno venduto anche il suo motorino. Il commercialista Paolo Faini però, nominato liquidatore di tutti i beni dell’artigiano, si è reso conto in fretta della situazione. Quell’uomo conduceva una vita morigerata, senza lussi e senza sprechi. Fedina penale immacolata. Gli restava soltanto di che campare.

È stato proprio il liquidatore a inviare un resoconto al giudice dal quale emergeva che l’artigiano era «pienamente collaborativo»: non ha mai cercato di nascondere la situazione e anzi, subito, ha chiesto aiuto. Il procedimento è stato aperto il 26 luglio 2014, si è chiuso il 7 ottobre 2019, la sentenza è datata 3 ottobre 2020. Ma questo tempo lungo doveva contemplare i quattro anni necessari, previsti dalla legge, per verificare che nel frattempo non fossero emersi fatti nuovi e rilevanti, come eredità o vincite, qualsiasi cosa che potesse permettere all’artigiano di onorare il suo debito. Non sono successi miracoli. Quindi, verificata la sua buona fede e preso da lui ciò che era nelle sue reali possibilità – 70mila euro – è stato «sdebitato» di tutto il resto: 430mila euro. Quei soldi non dovrà pagarli mai più. Libero.

«Ora l’artigiano di Prato sta molto meglio», spiega l’avvocato Frosini. «Ha trovato un nuovo lavoro e finalmente potrà ricominciare a pensare al suo futuro. Prima, tutto questo gli era precluso. Era come un morto civile. Segnalato come cattivo pagatore. Era uno che non poteva neppure permettersi di comprare un computer a rate».



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