Finanza
Il virus alla prova di città e comunità
Viareggio. Stretto tra il canale Burlamacca, la ferrovia, il quartiere del campo d’Aviazione, la pineta e il mare, c’è la Darsena. Con le sue caratteristiche case alla viareggina, con lo sfogo in uno spazio aperto interno, la corte. Colorata da alberi di aranci e limoni, dai panni appesi, profumata dagli odori del cibo che esce dalle cucine. Un luogo dove privacy e senso collettivo permettono, anche in tempi di Covid, di non smarrirsi nell’isolamento deprimente ma di sentirsi parte di una comunità. Per quanto fino a oggi sappiamo questa pandemia sottolinea lo stretto legame di interdipendenza tra città e cittadino. Il virus si è propagato a Wuhan, metropoli di 11 milioni di abitanti. In questi mesi, statistiche mondiali alla mano il numero maggiormente elevato di decessi è avvenuto nelle aree più densamente popolate del pianeta, da Madrid a Mumbai, da Parigi a Rio, Milano e Johannesburg. Minore distanziamento sociale, elevato rischio di crescita esponenziale dei contagi. Ovvietà non trascurabili.
Nel 1665 la grande peste che si diffuse in Inghilterra costò in perdite umane un quinto dei londinesi. I primi a fuggire nelle campagne dalla catastrofe incombente furono i reali. La politica non fu da meno, trasferendo i lavori del parlamento a Oxford. Mentre le istituzioni religiose e l’amministrazione locale si adoperarono, con metodi anche non proprio scientifici: come l’invito a fumare tabacco per curarsi. Da Hampton Court sul Tamigi o da Versailles in Francia i monarchi governano in remoto lo stato. Alla ricerca dell’aria salubre scappano dai “miasmi invisibili” che mietono vittime, riducendo ad una ristretta cerchia i contatti mondani. Nasce un costume che la borghesia negli anni a seguire tenderà a copiare, trasformandolo prima in uno status e quindi in meta dell’industria turistica del benessere. La città, con le sue mura, diventa un luogo potenzialmente pericoloso e insicuro non solo a causa delle epidemie o del grado di criminalità. L’attentato terroristico del 11 settembre ha convinto molti newyorchesi al trasloco dalle luci della Grande Mela. L’offerta attrattiva dei centri urbani viene meno quando cresce la paura dell’individuo per l’individuo, e chi può cerca rifugio altrove innescando un trend migratorio.
La città vuota è un’immagine surreale. In questo angolo di Versilia anche quando il lockdown imponeva strade deserte e silenti le corti, mi hanno raccontato, erano animate. Piacevolezza del bene comune in tempo di pandemia.
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