Finanza
Se impera la mediocrazia
Gli italiani sono ripartiti: a Venezia col cinema, a Milano con la moda e col design, a Genova con la nautica. Essi hanno ripreso per mano il loro Paese intenzionati a condurlo sulla strada del dopo Covid. Che sarà ancora lunga, intendiamoci, ma prima o poi lo porterà all’appuntamento con un domani. E l’Italia che cosa fa? La risposta è in una intervista di Indro Montanelli rintracciata sul web. Il maestro era pessimista sul collettivo, povero di memoria, ottimista sulle individualità pensando ai migliori sarti, calzolai, costruttori di bellezza, scrittori, registi, impresari. Diceva che siamo un popolo di contemporanei, senza antenati né posteri. Ma nessuno come noi - aggiungeva- brilla nei mestieri servili ed è capace di primeggiare in un calderone internazionale.
Se un italiano va in Germania, diventa tedesco e s’impone con le proprie virtù. L’Italia invece un domani non ce l’ha. La lezione, diciamolo, calza a pennello per esorcizzare il mostro che dalla scorsa primavera ci tiene prigionieri senza metterci al muro. Ci avessero detto che, nonostante i molti errori, i nostri figli e nipoti sarebbero tornati a scuola a settembre, i cinematografi avrebbero riaperto, le avanguardie dell’economia nazionale sarebbero tornate in pista, non ci avremmo creduto. E invece i più importanti eventi di caratura mondiale si sono svolti e si stanno svolgendo in un clima che solo con la straordinaria forza di una intraprendenza genetica potevano materializzarsi. Gli italiani se la sono cavata nel peggior momento della storia dopo la fine della guerra. L’Italia, per carenza di personalità illuminate e di idee rigeneranti, difficilmente riuscirà a intercettare la via non della ripresa, della svolta. Impera la mediocrazia. Là fuori c’è una montagna di miliardi di euro da utilizzare per le future generazioni. Vale per l’Italia e per i suoi partner europei: smettiamola di considerarci gli ultimi della classe, quando l’Organizzazione mondiale della sanità ci dice che siamo stati bravi.
Sicuramente migliori di chi afferma che siamo un popolo di pecoroni, mentre gli inglesi sono campioni di libertà. Si è inalberato pure Mattarella, solitamente a schiuma frenata. Sempre là fuori c’è un pianeta che ci avverte di non farcela più ad andare avanti. Non parla, il pianeta, come possono fare gli scienziati. Si limita a mostrarci i guasti dei propri equilibri che probabilmente- non potremo dimostrarlo mai- sono all’origine della seconda o terza pandemia nel nuovo millennio. Fanno bene i media internazionali a diffondere in rete, affinché siano ripresi dai telegiornali, immagini di iceberg in disfacimento per l’inesorabile surriscaldamento della Terra e notizie sulla progressiva riduzione della biodiversità. Ma questi temi cruciali non li rilancia nessun leader: il problema pare il grande guaio dei Cinque Stelle, il nuovo assetto di vertice della Lega, il divisionismo endemico dei Dem. I segnali della Natura strozzata dall’Uomo si vedono anche a occhio nudo nelle nostre città: aquile volano sul Duomo di Milano, volpi schizzano sotto Palazzo Vecchio a Firenze, delfini sostano come in una piscina tra nello Stretto tra Scilla e Cariddi. Hanno perso la rotta. Abbiamo già pagato l’indifferenza, la pagheremo ancora.
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