Il Tirreno

Toscana

Se Confindustria non guarda al Sud

Alessandro Volpi
Carlo Bonomi, presidente di Confindustria
◗
Carlo Bonomi, presidente di Confindustria

4 MINUTI DI LETTURA





Nei prossimi 10 anni saranno destinati all'Italia meridionale circa 140 miliardi di euro tra Recovery Fund, fondi strutturali e fondo sviluppo e coesione. Ciò significa che ogni anno, a partire dalla seconda metà del 2021, verrà indirizzata al Sud una cifra pari all'1% del Pil italiano. Si tratta di una quantità di risorse più grande di quella inserita nei bilanci pubblici persino nei momenti in cui l'intervento straordinario era massiccio e raggiungeva lo 0,8% del Pil. In estrema sintesi, sta per partire una fase che potrebbe, dopo molto tempo, quantomeno provare a ricucire la storica frattura fra Nord e Sud, permettendo al nostro paese di risolvere il principale motivo del suo ritardo. Il vero problema è però costituito dalla reale adeguatezza della macchina amministrativa e del tessuto socio-economico a mettere a frutto queste risorse. Solo per citare un dato, tra i molti, la sanità di due Regioni del Sud, il Molise e la Calabria, è ancora commissariata per i pesanti problemi finanziari, mentre la Campania è uscita dal commissariamento nel dicembre del 2019 dopo una procedura decennale. In Sicilia ci sono un centinaio di Comuni in dissesto o pre-dissesto finanziario.

Serve quindi un profondo cambiamento, in parte già in atto, in alcune zone e in alcuni settori, che deve diventare radicale e diffuso perché altrimenti la gran mole di risorse disponibili rischia di essere inutile o, molto peggio, assai pericolosa. Senza una normativa pensata per questa fase eccezionale, senza l'inserimento di un personale amministrativo adeguato – che non significa solo un indistinto turn over - senza una cultura politica coerente e senza i controlli indispensabili, l'iniezione di 140 miliardi di euro potrebbe essere tossica e la strada dell'abbattimento del costo del lavoro come unico strumento per recuperare la competitività del Meridione non è certo la migliore perché può allontanare l'esigenza ineludibile dell'innovazione, della ricerca e della qualità. Un'occasione storica non può essere sprecata e avrebbe bisogno di un buon rapporto tra politica e imprese; una relazione che, oggi, invece risulta assai complicata come dimostra il ruvido linguaggio prediletto dal presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Il monito, rivolto al governo in occasione dell’Assemblea generale dell’organizzazione degli industriali, perché l'Italia non diventi "un Sussidistan" rappresenta la sintesi più efficace di una visione in cui lo Stato dovrebbe conoscere un significativo alleggerimento.

Occorrono, a detta di Bonomi, una semplificazione normativa che assomiglia molto alla deregolamentazione e l'affermazione di un’ aspra concorrenza come strumento per realizzare una "nuova produttività", accompagnate da una marcata diffidenza verso il lavoro dipendente e verso l'indebitamento pubblico. Si tratta di un indebolimento dello Stato che si lega ad una dimensione "politica" delle imprese in grado di occupare proprio lo spazio sottratto allo Stato concependo una riforma degli ammortizzatori sociali trasformati in formazione per il sistema produttivo, una riforma fiscale destinata a favorire la riduzione del cuneo dal lato delle imprese, a cui dovrebbe essere tolto anche l’onere del "sostituto di imposta", la definizione dei livelli salariali affidata ad una contrattazione sempre più decentrata. Meno Stato e più potere alla rappresentanza istituzionale delle imprese; questa la prospettiva di Bonomi che pare convinto della "superiorità" degli imprenditori nella capacità di governo del paese. Sembra così definitivamente conclusa la fase storica del collateralismo; dopo l'emergere di un centrodestra a trazione nazionalpopolare e di una maggioranza caratterizzata dalla presenza del movimento 5 stelle, Confindustria è realmente intenzionata a fare da sola e non perde occasione per dichiararlo in modo esplicito. Ma un’organizzazione industriale con queste caratteristiche tende a rappresentare un modello fortemente selettivo che può adattarsi ad alcune aree del Nord e del Centro Italia, dove sono meno complicate le condizioni di accesso al credito, dove il sistema infrastrutturale regge, dove il rapporto tra impresa e innovazione, anche nel caso delle piccole aziende, esiste pur tra mille difficoltà. In quelle zone la volontà di ridurre il perimetro dello Stato è forte e motivata dalla già ricordata percezione che le imprese facciano meglio da sole, senza un legame stretto con la politica.

Ma in larghe parti del Meridione molte delle condizioni sopra citate non esistono e l’intervento dello Stato è indispensabile prima di tutto per rimuovere alcuni ritardi strutturali; senza una radicale riforma della macchina amministrativa legata a politiche nuove neppure le risorse del Recovery Plan possono bastare a superare i ritardi. In questo senso c’è una distanza evidente tra le posizioni della Confindustria di Bonomi e le esigenze imposte dalla questione meridionale a cui andrebbero attribuiti i tratti della vera problematica nazionale. Il governo delle imprese rischia di approfondire una frattura secolare; purtroppo tale frattura è stata, in larga misura, il prodotto della politica e ciò rende le affermazioni di Bonomi molto credibili.
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa