Gioco
Lezioni dopo le regionali: si vota su istanze locali e gli “uscenti” sono favoriti
Gli esiti delle elezioni regionali ci consegnano alcuni messaggi che meritano di essere sottolineati.
In primo luogo, si conferma la nota massima andreottiana, che il potere logora chi non ce l’ha. I Presidenti regionali uscenti sono stati tutti confermati, con maggioranze talvolta bulgare. Zaia in Veneto più di tutti, ma anche De Luca in Campania, Emiliano in Puglia e Toti in Liguria hanno sbaragliato i loro avversari; in fondo anche Giani può considerarsi in linea con l’uscente Enrico Rossi. E, si badi, questi Presidenti appartengono a schieramenti politici diversi e contrapposti: ma evidentemente i risultati delle loro amministrazioni sono stati premiati dagli elettori, a prescindere dall’appartenenza politica.
Al di là di ogni valutazione di merito sui singoli candidati, è questo anche il segno che l’elettorato italiano ha compreso la lezione che si è mandata a memoria più volte: ovvero che quando si deve scegliere un amministratore (sia sindaco, sia presidente di regione) la persona conta almeno quanto lo schieramento che lo sostiene. E quindi vota tenendo conto di questo.
Seconda considerazione, collegata alla prima. La tendenza molto italiana di chi vuole trasformare ogni elezione, anche locale (per non parlare dei referendum), in una sorta di grande sondaggio sul governo nazionale è stata sconfitta. Non so se questo basterà ad evitare che in futuro si ricada nello stesso errore, ma mi pare che gli italiani lo abbiamo detto chiaro e forte: se si deve scegliere il Presidente della Toscana non si pensa a Conte o Zingaretti o Salvini, si vota per Giani o Ceccardi (o per gli altri candidati, volendo). Il Sindaco di Pisa ha voluto confermare che il voto dei pisani alle regionali non è un voto sulla sua amministrazione locale: ha ragione, ma chissà se l’avrebbe detto anche se il risultato fosse stato diverso. E comunque sarebbe bene che lo dicesse anche al leader del suo partito, che prima delle elezioni toscane (come di quelle emiliane) non mi pare se ne fosse tanto ricordato.
Se si imparasse questa lezione, anche per il futuro, nessuno sarebbe condizionato dai possibili riflessi del proprio voto sugli altri livelli istituzionali: ad ogni elezione chi vince vince, e non si cambia il risultato se nel frattempo in altre elezioni si è perso o si è pareggiato. Sarebbe un bel risultato, oltre che per il diritto di scelta di ogni cittadino, anche per l’autonomia di ogni livello di governo territoriale.
E infine il referendum. Che vincesse il no, sinceramente, era difficile da immaginare (anche se personalmente ero e sono contrario alla riforma costituzionale). Quando un Parlamento, alla quasi unanimità (solo 14 deputati su 630 hanno votato contro) decide di auto-ridursi, in questo clima di non estrema simpatia per la classe politica, pare davvero improbabile che gli si dica il contrario. In ogni caso, trenta elettori su cento hanno detto di no. Ora si apre una stagione di necessari adeguamenti (qualcuno dei sostenitori della riforma ha parlato di “correttivi”: ma non si corregge ciò che è sbagliato?): la legge elettorale, i regolamenti parlamentari, forse anche ulteriori riforme costituzionali (dall’elettorato attivo e passivo per il Senato alla ripartizione dei collegi per lo stesso).
La riduzione del numero dei parlamentari ha inaugurato un percorso: ora questo Parlamento, prima di sciogliersi e andare definitivamente a casa (per molti) dovrà consegnarci un’istituzione in grado di rappresentare e funzionare. Speriamo.
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