Proteste
speculare sugli eccidi? Chi sa parli chiaro
Mio padre era un ufficiale caduto a Cefalonia, fucilato dai tedeschi, e questa è una delle ragioni per le quali sono particolarmente sensibile al tema delle stragi nazifasciste. Sono quindi grato al Tirreno per l’attenzione che da tempo vi dedica, e a De Paolis per l’azione determinante da lui svolta - nel doveroso esercizio delle sue funzioni - per portare a processo, sia pure ad oltre cinquant’anni di distanza dai crimini da loro commessi, alcuni dei responsabili di quelle stragi.
Vorrei però non si dimenticasse che nessuno dei militari tedeschi condannato dai tribunali italiani ha scontato nemmeno un giorno delle condanne all’ergastolo loro inflitte a conclusione di processi celebrati nel pieno rispetto delle norme a tutela del diritto di difesa dell’imputato: la Germania infatti non ha mai dato esecuzione a quelle sentenze.
È un fatto assai grave, che forse dovrebbe essere tenuto presente per dare il giusto peso al rincrescimento per l’accaduto che rappresentanti ufficiali della Germania non mancano di esprimere nelle commemorazioni che ogni anno si celebrano nelle località delle stragi compiute in modo sistematico dalle truppe tedesche. Ed è un fatto che non deve essere dimenticato, soprattutto da chi si è adoperato per “rendere giustizia alle vittime”, ed ha visto vanificare i suoi sforzi dall’atteggiamento della Germania. Come si concilia “la richiesta di perdono agli italiani per il male inflitto agli innocenti” con il rifiuto legalizzato di mettere in galera chi è stato condannato per quel “male”?
Giustizia non è stata fatta, quindi, e l’unica forma di giustizia alla quale è ancora possibile fare ricorso è quella dell’azione civile per ottenere il risarcimento dei danni dallo Stato tedesco. La Germania infatti può essere legittimamente chiamata a rispondere delle conseguenze dei crimini compiuti dal suo esercito: lo ha stabilito nel 2014 la Corte Costituzionale Italiana, con una sentenza che ha sgombrato il campo dagli ostacoli frapposti da una pronuncia della Corte internazionale de L’Aia alla quale la Germania si era rivolta.
È, quella del risarcimento, certamente una strada non facile, ma comunque lecita. Non facile e dall’esito tutt’altro che scontato, dovendosi superare le resistenze tedesche anche nella fase successiva ad una eventuale sentenza di condanna al risarcimento, per la fiera opposizione della Repubblica federale tedesca a qualunque forma di esecuzione delle sentenze italiane.
Strada non facile ma possibile, come ha dimostrato il successo ottenuto dal Comune di Roccaraso (uno dei tantissimi comuni italiani dove centinaia di civili innocenti furono sterminati da soldati tedeschi dopo l8 settembre del 1943) che, dopo aver ottenuto nel 2017 la condanna dello Stato tedesco al risarcimento, è riuscito nel 2019 a far ipotecare a tutela del suo credito beni dello Stato tedesco in Italia per un valore di 1 milione e 700 mila euro.
Ricordato questo, perché insinuare dubbi su possibili speculazioni da parte di chi sfrutterebbe il dolore delle vittime per fini non chiari? Perché dichiarare che “ogni discorso che includa il denaro rischia di contaminare la ricerca della verità e della giustizia, se non condotto in maniera corretta”? Questi ripetuti riferimenti, non accompagnati da denunce precise, suonano come mancato rispetto nei confronti dei superstiti e dei familiari delle vittime che ritengono di intraprendere la difficile via del ricorso alla giustizia civile, non certo per avidità di denaro, ma per sete di giustizia.
Se De Paolis è a conoscenza di casi in cui qualcuno per fini non chiari ha cercato di approfittarsi di familiari di vittime delle stragi, sobillandoli ed illudendoli al fine di ricavarne vantaggio, sia esplicito: faccia nomi e cognomi.
E lo pregherei, per il tramite del vostro giornale, di chiarire anche un altro aspetto della sua intervista, là dove parla di “morti di serie A e di serie B”, e chiarisce che, a suo parere, “il discorso sui risarcimenti civili dovrebbe essere affrontato – coerentemente – in modo generale, considerando anche le altre categorie di vittime quali le vittime dei crimini di guerra commessi dagli italiani all’estero”.
Mi è noto che una delle ragioni che hanno trattenuto lo Stato italiano dall’agire con decisione nei confronti dei crimini di guerra dell’esercito tedesco tempestivamente è stato il timore di essere ripagato con la stessa moneta per i crimini commessi dall’esercito italiano in Iugoslavia sotto il comando di Roatta e di altri, o in Etiopia per ordine di Graziani, di Maletti e soci. Ma mi piacerebbe venisse spiegato perché mai chi ha visto la propria famiglia sterminata al Padule di Fucecchio od a Marzabotto dovrebbe astenersi dall’agire per danni nei confronti della Germania; o, se lo facesse, perché la sua azione potrebbe “nascondere anche ragioni non nobili” dal momento che non chiede contemporaneamente la condanna dell’Italia per il massacro di Debre Libanos in Etiopia…
Chiudo con quanto più volte affermato dal dottor De Paolis: le vittime non si toccano, il dolore non si tocca, come gestire il dolore è una scelta individuale che va in ogni caso rispettata.
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