Il Tirreno

Toscana

La responsabilità come antidoto al virus

alessandro volpi
La responsabilità come antidoto al virus

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Quanto sta succedendo ha davvero del surreale. E' entrata in vigore da poco l'ordinanza del governo che obbliga chi ritorna dalla Croazia, da Malta, dalla Grecia e dalla Spagna di fare il tampone o di rispettare la quarantena. I tamponi a disposizione però, per ora, sono davvero pochi quasi ovunque. Ma non è questo il punto più dolente. L'ordinanza del governo arriva mentre sono ancora in essere molteplici ordinanze regionali, che presentano varie differenze tra loro e con quella del governo sia sulle modalità da seguire dopo il rientro dall'estero sia in relazione ai paesi inseriti nella black list.

Nonostante la recente decisione dell’esecutivo Conte di chiudere discoteche e sale da ballo, continuano poi ad essere presenti molteplici diversità anche in merito alle reali aperture dei locali, ai loro orari e a numerose altre prescrizioni sui comportamenti da tenere negli assembramenti. Per sanare questo conflitto la strada sembra essere quella, paradossale, dello scontro in sede giurisdizionale, di fronte ai tribunali amministrativi, avviato dai gestori, dai loro rappresentanti e persino dalle Regioni.

In estrema sintesi, di fronte ad una aggressiva epidemia che certo non fa distinzioni di confini si configurano, in maniera macroscopica, tante Italie regionalistiche e particolaristiche, ognuna attenta ai propri equilibri destinati però ad essere devastanti rispetto al diffondersi della malattia e, comunque, a non reggere di fronte a questioni gigantesche come la riapertura delle scuole. Il protagonismo politico dei presidenti di Regione, spesso aspiranti leader nazionali, la malintesa competizione fra territori in tema di minore rigidità dei controlli e delle norme, le rivendicazioni corporative di categorie e settori produttivi, uniti alle incertezze del governo creano un caos istituzionale che rivela la debolezza della nostra architettura istituzionale, soprattutto nei momenti di emergenza. Il mai definito rapporto tra Stato e Regioni emerge in una fase difficilissima e fa comprendere, purtroppo fuori tempo massimo, la necessità di una Camera che, superando un inutile bicameralismo perfetto, rappresenti i territori e che sia ben più efficace della troppo rituale conferenza Stato-Regioni da cui escono quasi sempre accidentati e contraddittori compromessi a geometrie variabili. Certo i toni da perenne campagna elettorale, che l'epidemia ha esacerbato invece di spengere, non aiutano a trovare soluzioni razionali nei già stretti spazi di manovra esistenti mentre il paese teme, sfinito e in parte non del tutto consapevole, la seconda ondata.

Tuttavia, in una congiuntura così difficile, la soluzione non può essere certo solo di natura istituzionale ma ha a che fare, prima di tutto, con i comportamenti. Essere responsabili e assumersi la responsabilità: queste due espressioni rappresentano, molto probabilmente, la sintesi più efficace di cosa servirebbe per contrastare l'epidemia. L'origine etimologica di "responsabile" è costituita dal termine latino "respondere" e proprio la capacità di dare una risposta, prima di tutto individuale, è la chiave di volta della battaglia contro la diffusione epidemica. Senza la responsabilità non bastano le regole che sono spesso contraddittorie e che altrettanto di frequente finiscono per legittimare comportamenti inaccettabili, come nel caso dei bonus percepiti da soggetti che non ne avevano bisogno. La soluzione di una crisi così profonda come quella attuale non può essere rintracciata nella pretesa che ogni nostro comportamento sia il frutto di indicazioni superiori, di un ipotetico e utopistico Stato perfetto perché, in tale ottica, le inevitabili e numerose imperfezioni della regolamentazione relativa all’emergenza in corso rischiano di diventare veri e propri alibi per atteggiamenti, appunto, irresponsabili.

Abbiamo bisogno di un senso di comunità, prodotto dalla capacità individuale di essere responsabili e di assumersi la responsabilità, che sia diretto all'interesse comune senza dipendere in toto dal rispetto della regola in quanto tale che pare, in questo momento, confusa perché generata da troppe mediazioni di interessi particolari. Senza un senso di comunità nato dalla responsabilità individuale avremo troppi "furbetti" in cerca di risorse che non gli spettano, troppe "priorità" economiche e troppe interpretazioni "scientifiche". Non si tratta di un codice di valori e di comportamenti "fai da te", ma dello sforzo di accettare, nel modo più semplice possibile, il dovere di tutelare noi stessi e gli altri non chiedendo ad un'autorità "superiore" risposte perfette e non utilizzando le imperfezioni come motivazioni per coltivare i nostri egoismi. Abbiamo bisogno di una dimensione pubblica che non si traduca nella ricerca di un salvifico o strumentale dirigismo. Solo così sarà possibile superare le lacune del nostro ordinamento istituzionale che, del resto, non poteva prevedere una epidemia medievale in un mondo post moderno.



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