Gioco
La politica accetti la riduzione dei suoi costi
Siamo davvero all’incredibile, nel senso letterale del termine. Fino al 1912 i membri del Parlamento italiano non percepivano alcuna indennità. Da allora fu decisa una modesta cifra da assegnare a titolo di rimborso per consentire a tutti di fare politica. Il dibattito sull’indennità, poi prevista dall’articolo 69 della Costituzione, fu acceso e, senza definire alcuna quantificazione, attribuì al legislatore ordinario tale compito. Nel 1948 intervenne il primo provvedimento in materia fissando l’indennità ad una cifra pari a 1500 euro attuali. Da allora iniziò una vera e propria lievitazione, determinata dall’agganciamento, in realtà non troppo chiarito nelle sue argomentazioni, di simile indennità alla retribuzione dei presidenti di Cassazione. Nel giro di quarant’anni si giunse così ad indennità che era 10-12 volte superiore a quella di un operaio e molto più alta di quella riscossa in vari parlamenti europei; secondo i dati dell’Ipsa, anzi, l’indennità dei parlamentari italiani è la più elevata al mondo e supera di ben il 45% la media europea.
Questa festa dell’aumento deliberato, in maniera assai anomala, dai suoi stessi beneficiari ha conosciuto una parzialissima attenuazione a partire dal 2006 ma, appunto, senza grande successo, neppure se si considera, come effetto “calmierante”, il prelievo fiscale esercitato sulle stesse indennità. Dunque, i deputati e i senatori del nostro paese continuano ad essere indubbiamente dei privilegiati su più piani. Nonostante tutto ciò alcuni di loro hanno chiesto e ottenuto il bonus varato dal governo per fronteggiare la crisi legata all’epidemia; un bonus che sembra sia stato percepito da oltre duemila titolari di una carica pubblica tra consiglieri regionali, assessori, sindaci e consiglieri comunali.
Da questa pessima vicenda emergono due considerazioni e una necessità. La prima considerazione; i bonus erogati a tutti per accelerare la loro distribuzione e per superare le difficoltà burocratiche hanno controindicazioni evidenti. La seconda, più brutale. All’appetito non c’è limite. C’è poi la necessità. La pandemia riapre con forza il tema dei costi della politica. I decreti finanziati con un aumento di deficit pubblico per quasi 100 miliardi di euro, e destinati ad impattare in maniera pesante sul debito, impongono un senso di responsabilità senza precedenti. Solo i bonus da 600 e poi da 1000 euro costano quasi 7 miliardi e la cassa integrazione si avvicina ai 6 miliardi al mese, a cui vanno aggiunti il reddito di cittadinanza e il reddito di emergenza. Si tratta di un impegno enorme per la finanza statale che può reggere, prima di tutto sul piano dei principi di riferimento, se neppure un euro finisce a chi non ne aveva diritto.
A questo riguardo è bene non coltivare, in modo un po’ fariseo, false verità. È vero, infatti, che perché i bonus potessero arrivare subito, tra marzo e aprile, a quasi 4 milioni di lavoratori rimasti senza retribuzione occorreva un provvedimento privo di troppi distinguo. Ma qualche attenzione in più, anche solo sotto forma di autodichiarazione, era certamente possibile, in maniera da mettere chi aveva l’intenzione di sfruttare i silenzi normativi nella condizione di dover quantomeno assumersi la responsabilità di dichiarare il falso. È altrettanto vero poi che furbizie e irregolarità sono state compiute da numerose aziende ma pensare che il rumore creato dai bonus riscossi da parlamentari e consiglieri regionali sia soltanto il frutto di un’operazione dei “poteri forti” per indebolire la politica, facendo dimenticare peggiori scorrettezze, è davvero poco credibile e rischia di essere una scusante inammissibile; così come risulta inammissibile pensare che la destinazione dei bonus “in beneficenza” sia sufficiente a rendere meno odioso il loro recepimento da parte di chi non li avrebbe dovuti percepire.
La gravità della crisi e il conseguente impegno della finanza pubblica obbligano la politica a cercare una piena e necessaria legittimazione, senza dare nulla per scontato, accettando sacrifici a partire proprio dalla riduzione dei suoi costi. L’epidemia imporrebbe lo sforzo da parte del ceto politico che gode di maggiori benefici, parlamentari e consiglieri regionali in primis, di dimezzarsi l’indennità e certamente di non fare domanda per “sostegni” di cui, è molto probabile, non ha bisogno. Non capire questo significa non comprendere la gravità e l’eccezionalità del momento nel quale serve la massima autorevolezza della politica, a cui compete l’onere di cogliere il senso dei “tempi nuovi”. Quando chiudono centinaia di migliaia di attività, quando i soggetti che hanno realmente bisogno di sussidio sono diversi milioni e la loro “indennità temporanea” non arriva a mille euro, la politica deve essere un servizio e un sacrificio se vuole riuscire ad essere ascoltata e ad esercitare il proprio ruolo istituzionale, evitando strappi nel tessuto sociale e democratico.
Ora più che mai, la politica non può essere né un costo né un privilegio se vuole difendere la democrazia.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
