In democrazia la scorciatoia non è la soluzione migliore
Ce la mettono tutta, poveracci. Per farsi voler male. Un po’ accattoni, un po’ improvvisati. Come i furbetti del bonus di 600 euro. Derisi e invidiati. Difficilmente difendibili. Errore dopo errore i parlamentari italiani si avviano all’autoflagellazione. Ovvero all’amputazione degli organici. Dagli attuali 630 deputati ai prossimi 400; dagli attuali 315 senatori ai probabili 200. Ieri la Corte costituzionale ha giudicato legittimo l’election day, l’abbinamento cioè nelle stesse giornate del 20 e del 21 settembre di tutti gli appuntamenti elettorali in programma, cioè referendum, regionali e comunali. Così tra poco più di un mese il referendum popolare dovrebbe confermare – in caso di vittoria del Sì – la legge sul taglio dei parlamentari di cui il Movimento 5 stelle si è intestato il risultato. Dalla Casta con la maiuscola alla casta minuscola.
Il sistema politico-istituzionale è in sofferenza dalla fine degli anni 80. Ben prima dunque della dissoluzione della Prima Repubblica. La scomparsa dei partiti di massa, la proliferazione di partiti e partitini personali hanno accentuato la distanza tra i cittadini e i loro rappresentanti. Persino una deflagrante novità come i cinquestelle ha deluso le aspettative. Quanti conoscono il deputato o il senatore del proprio territorio? Salvo lodevoli eccezioni, pochissimi. Gli elettori hanno scelto a scatola chiusa il Movimento. Accadde qualcosa di simile nel lontano 2001 quando Berlusconi, sicuro di vincere, impedì ai suoi di affiggere manifesti elettorali con i volti dei candidati. Bastava il suo di faccione. Così entrarono in Parlamento perfetti sconosciuti, baciati d’improvvisa fortuna. Roba da rimpiangere la vecchia Democrazia Cristiana quando i notabili locali si contendevano a botte di preferenze i consensi delle clientele.
Sono passati decenni, il sistema è consunto, la nostra democrazia appare sfibrata. Un’emergenza devastante come la pandemia ha mostrato le contraddizioni dei meccanismi decisionali, ha acuito le tensioni tra Stato e Regioni, tra centro e periferia. La riduzione dei parlamentari sembra intercettare un sentimento punitivo nei confronti di chi ha privilegi ma non decide. Sono troppi, costano troppo: mandiamone a casa uno su tre (non subito, però, sia chiaro; solo quando si voterà di nuovo). Un errore. È come se a un paziente sofferente di artrite alla gamba si decidesse di amputare l’arto anziché curarlo.
Il sistema dei partiti è malato da tempo, così come è malato il modo di selezionare i candidati in Parlamento. Siamo davvero sicuri tuttavia che riducendone il numero migliori la qualità della nostra democrazia? Se nel 2016 la maggioranza dei votanti giudicò sbagliata la riforma costituzionale voluta da Matteo Renzi, perché la proposta del taglio, ancor più sommaria e sbrigativa, dovrebbe essere accettabile? In democrazia le scorciatoie non sempre sono la via migliore per risolvere le tensioni. –
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