Il Tirreno

Toscana

SANT'ANNA DI STAZZEMA

Il procuratore De Paolis: «Rispetto per le vittime degli eccidi: non si usi il loro dolore per scopi poco chiari»

Ilaria Bonuccelli
Nella foto: l’ossario eretto in onore delle vittime dell’eccidio nazi-fascista del 12 agosto 1944 a Sant’Anna; a destra il procuratore militare Marco De Paolis
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Nella foto: l’ossario eretto in onore delle vittime dell’eccidio nazi-fascista del 12 agosto 1944 a Sant’Anna; a destra il procuratore militare Marco De Paolis

Il monito del procuratore militare Marco De Paolis, terminati i processi delle stragi: «Buone iniziative per risarcimenti di danni patiti rischiano di provocare delusioni»

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«Le vittime non si toccano. Il dolore non si tocca. È un sentimento sacro nel quale nessuno ha il diritto di interferire. I rapporti coi tedeschi, coi carnefici nazi-fascisti ognuno li gestisce come ritiene da un punto di vista emozionale. Ma attenzione. Non bisogna sfruttare il dolore delle vittime per altri fini, non sempre del tutto chiari. Ogni discorso che includa il denaro rischia di contaminare la ricerca della verità e della giustizia, se non condotto nella maniera corretta».

Marco De Paolis oggi guida la procura generale militare di Roma. Alla procura militare di La Spezia, da pm, faldone su faldone, si è battuto per processare i carnefici degli eccidi di Farneta (Lucca), San Polo, (Arezzo), San Terenzo (Massa). E Sant’Anna di Stazzema. Non si è fermato di fronte al primo insuccesso. Ci ha riprovato. Convinto che ci fosse giustizia da rendere alle vittime. E proprio oggi, a Sant’Anna di Stazzema - dove 76 anni fa si è consumato uno dei più efferati eccidi nazi-fascisti della II guerra mondiale - lancia un messaggio che ha il sapore della rivoluzione, ma il retrogusto della pacificazione: «Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B, quando parliamo di civili caduti in guerra». Sant’Anna, dove ha sede il Parco della Pace, dove Italia e Germania si sono strette la mano, dove i tedeschi hanno chiesto perdono agli italiani per il male inflitto agli innocenti è il luogo adatto per affrontare discorsi complessi. È luogo di simboli. Dove due sopravvissuti - Enio Mancini ed Enrico Petri - hanno accettato, di recente, il titolo di “cavalieri” di Germania.

Procuratore De Paolis, ancora oggi in Italia è difficile confrontarci sulle stragi nazi-fasciste. E sui rapporti da tenere con la Germania che se ne è resa responsabile. È una ferita che sanguina. Ci sono comunità come Sant’Anna che cercano una via per ricostruire la pace; ci sono comunità per le quali il dialogo è impossibile.

«Vorrei subito sgomberare il campo: le vittime non si toccano. Il dolore non si tocca. È sacro. Questo è un argomento molto delicato al quale ci si deve accostare con molta cautela, con grande attenzione. Ognuno ha il proprio percorso personale. Bisogna scindere l’aspetto giuridico da quello emozionale. Noi, come Stato, abbiamo celebrato i processi, abbiamo tentato di celebrare quelli per i quali avevamo elementi. Poi c’è l’aspetto emotivo. I rapporti coi tedeschi, coi carnefici ognuno li gestisce come ritiene. C’è chi ha voluto incontrarli, per conoscerli; chi non ne vuole neanche sentire parlare, chi si rinchiude in un mutismo. Io mi sono imbattuto in mille diversi tipi di reazioni perché ogni persona è diversa. Non possiamo che rispettare il modo individuale con il quale ciascun superstite o familiare di una vittima gestisce il dolore, che è un sentimento personale su cui non bisogna interferire».

Ritorna con insistenza su questo concetto: non interferire in alcun modo sul dolore dei superstiti o dei familiari delle vittime.

«Penso che non si debba interferire in queste vicende anche laddove ci si muova da intenti apparentemente positivi quali quello di ottenere giusti risarcimenti per ingiusti, gravi danni. Iniziative quali quelle di richiedere risarcimenti del danno civile provocato dal crimine di guerra, seppure muovano in molti casi (purtroppo non sempre) da buoni e condivisibili intenti, rischiano spesso di provocare delusioni e ulteriori motivi di sofferenza in persone fragili e già provate da gravi tormenti interiori e materiali. Ciò per la determinante ragione che l’uso di norme previste per regolare situazioni risarcitorie “ordinarie” in tempo di pace - e ben diverse da quelle di una guerra mondiale con milioni di vittime e distruzioni - non è assolutamente adatto a soddisfare quelle esigenze di giustizia. Inoltre, non è dubitabile che un discorso di questo tipo non può prescindere dalla considerazione di tutte le vittime e non solo di alcune: credo che non ci siano morti di serie A e morti di serieB».

Che cosa significa che non esistono morti di serie A e di serie B?

«A mio parere, il discorso sui risarcimenti civili dovrebbe essere affrontato – coerentemente – in modo generale, considerando anche le altre categorie di vittime quali le vittime dei crimini di guerra commessi dagli italiani all’estero (Grecia ed ex Jugoslavia), così come quelle “scomode” determinate da condotte oggi considerate da molti veri e propri crimini di guerra: pensiamo alle centinaia di migliaia di vittime civili, bambini, donne e anziani uccisi dai bombardamenti alleati su obiettivi civili non strategici, in Germania come in Giappone, la cui vita vale tanto quanto quella degli italiani, dei greci, degli jugoslavi massacrati dai nazisti. C’è sicuramente una guerra giusta e una guerra ingiusta, chi è caduto dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata, ma il civile cade sempre dalla parte giusta. Quindi: o si fa un discorso egualitario o altrimenti può sorgere il legittimo dubbio che la questione dei risarcimenti possa nascondere anche ragioni non nobili».

Questo ragionamento ci porta a un altro argomento spinoso. La difficoltà, almeno in Italia, di ricostruire in modo lineare la nostra storia contemporanea.

«Non bisogna mai avere paura delle verità. Bisogna sempre avere il coraggio di parlare anche delle vicende scomode, anche dei crimini commessi dagli italiani all’estero durante la II guerra mondiale, non solo quello che abbiamo subito noi in Italia. E dei crimini commessi dagli alleati. Farle conoscere significa difendere “la parte giusta” ed evidenziare le radicali differenze rispetto ai disvalori del nazismo, poiché esse non sono neppure comparabili a quelle del nazismo; ma sono esistite e dunque non possono essere nascoste».

Un’affermazione seria, ma che si può prestare alla manipolazione. A proposito di Sant’Anna ad esempio si parla spesso della responsabilità (presunta) dei partigiani nell’eccidio. Oppure in altre circostanze si può arrivare anche a distorcere i fatti ulteriormente.

«Più che di manipolazione, parlerei di negazionismo. Ecco perché sarebbe importante che i ragazzi parlassero coi testimoni della storia. Il problema è che i superstiti sono pochi: perciò è importante “sfruttare” chi è ancora in vita e utilizzare di più e meglio i servizi e le interviste finora realizzate nei luoghi della memoria. Nello specifico, il discorso dei partigiani a Sant’Anna è un ragionamento complesso che riguarda tutta la Resistenza. La questione “partigiani sì, partigiani no” non ha molta importanza nel momento in cui ci sono centinaia di donne, bambini, anziani uccisi. Forse che i partigiani non avrebbero mai dovuto combattere e avrebbe dovuto esserci una resa totale al nemico? In Grecia, in Jugoslavia non è avvenuto così: sono Paesi nei quali nessuno si sogna di accusare i partigiani di aver combattuto contro i tedeschi invasori. Né di mettere in discussione la Resistenza».

Eppure a considerare dagli episodi di vandalismo contro i simboli della Resistenza - lapidi bruciate, monumenti sfregiati, comportamenti nostalgici - mettiamo ancora in discussione l’antifascismo.

«Penso che quei comportamenti che in qualche modo si ispirano al fascismo nascano sostanzialmente dall’ignoranza e vengano strumentalizzate dalla malafede di chi ancora crede in queste ideologie. Il nostro Stato, la nostra costituzione sono fondati sui valori della democrazia, libertà, uguaglianza, solidarietà e nulla hanno a che vedere con il nazismo e il fascismo. Se qualcuno oggi porta i giovani o tenta di portare i giovani a rivalutare il nazismo o il fascismo, sfrutta l’ignoranza e l’incapacità da parte nostra, delle istituzioni, di trasmettere i valori fondanti della nostra costituzione. Si studia poco, si legge poco, si legge male: spesso si leggono cose inesatte, pericolose, distorte su Internet soprattutto».

Come si rimedia all’incapacità di trasmettere i valori della costituzione?

«Penso che si dovrebbe agire su più piani. Intanto intervenire sull’istruzione, recuperando l’educazione civica per i ragazzini. Oggi nei programmi scolastici si arriva tardi e con molta fretta a studiare la storia contemporanea: ci sia arriva intorno ai 18 anni, età nella quale un ragazzo potrebbe essere già “deformato”, può aver già letto su internet un cumulo di sciocchezze. Però bisognerebbe anche formare gli insegnanti: oggi, sono in grado, a loro volta, di conoscere a sufficienza anche quella parte di storia contemporanea così poco nota ai più, per poter mandare un messaggio corretto?». —

 

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