Il Tirreno

Toscana

Una vera politica mediterranea invece di stereotipi e finti alibi

Alessandro Volpi
Una vera politica mediterranea invece di stereotipi e finti alibi

Il dibattito pubblico deve uscire dalla tesi dell’invasione del paese da parte di migranti infetti

4 MINUTI DI LETTURA





La discussione pubblica nel nostro paese è sempre più dominata da stereotipi e da finti alibi che oscurano i temi veri. Cominciamo dagli stereotipi. La martellante tesi secondo cui sta consumandosi una vera e propria invasione di migranti infetti in grado di minacciare la salute di tutta l’Italia ha occupato lo spazio centrale del dibattito politico impedendo qualsiasi altra riflessione; una condizione decisamente pericolosa per una realtà come quella italiana che dovrebbe invece, per più ragioni, affrontare la questione della propria collocazione nel Mediterraneo in termini assai concreti e ben più complessivi.

Molto del nostro futuro, infatti, passa di lì. Dalle coste del Nord Africa dipende, tuttora, gran parte dell’approvvigionamento energetico italiano e dagli equilibri di quelle aree, Libia e Algeria in primis, discende il rapporto di maggiore o minore dipendenza dalla autocrazia turca, capace di pesanti ricatti. Senza una politica mediterranea dell’energia, il ruolo di Erdogan, pur molto indebolito dalla crisi valutaria della lira turca, rischia di essere pericolosamente determinante. Dall’area mediterranea dipende una parte della bilancia commerciale dell’Italia, che è stata a lungo il primo fornitore del Libano, ora vicinissimo al disastro, e ha scambi importanti con la costa sud del “grande lago”; soprattutto in prospettiva tale costa può essere un passaggio decisivo verso l’Africa e verso le potenzialità di quel Continente. Migliorare lo stato delle relazioni con realtà oggi molto fragili, spesso prive di un governo vero e soprattutto democratico, dovrebbe essere un obiettivo fondamentale, con una politica estera non orientata solo a bloccare i flussi migratori.

Certo, ci vogliono pazienza, un faticoso lavoro diplomatico e la ricerca, attenta, di interlocutori credibili, senza pretese di esportazione di modelli amministrativi; tutte condizioni troppo spesso abbandonate per privilegiare regimi dal pugno di ferro in materia migratoria che hanno finito per perpetrare abusi in nome di una drammatica sicurezza dei mari.

La sponda meridionale del Mediterraneo è poi parte di un mercato attraverso cui spostare l’asse dell’Europa, rendendo meno forte la pressione degli Stati “frugali” del Nord, e l’utilizzo dell’euro come moneta di riserva, abbinato a politiche commerciali di “favore” per le realtà più fragili, può essere un mezzo di forte amalgama, fornendo soluzioni decisamente più realistiche della ricorrente litania dell’ “aiutiamoli a casa loro”. I migranti sono anche una efficace risorsa sociale per una realtà in crisi demografica come l’Italia; e un beneficio per il sistema previdenziale, al di là di più o meno inventate ricostruzioni dei loro “costi”.

Se smettessimo di coltivare la narrazione, e la conseguente competizione politica, sull’immigrato infetto, preoccupandoci piuttosto di isolare correttamente i contagiati, forse l’Italia potrebbe cominciare a ragionare della sua posizione nel Mediterraneo. Come ha raccontato Jared Diamond, gli stereotipi e i falsi miti spesso conducono al suicidio dei popoli.

Dopo gli stereotipi, gli alibi. I numeri relativi all’economia italiana, ogni volta che escono, suscitano maggiori preoccupazioni. Negli ultimi giorni il Ministero dell’economia ha fornito il dato del fabbisogno dello Stato – le risorse necessarie a coprire il bilancio – che nei primi sette mesi del 2020 si è impennato a 102,4 miliardi, ben 72,3 miliardi in più dell’anno passato; un’enormità dettata dalle minori entrate, dalle maggiori spese e dall’appesantimento del conto degli interessi sul debito che sono aumentati per le maggiori emissioni. È la conferma della sempre più palpabile precarietà dei conti pubblici italiani; il nostro paese è quello che sta spendendo di più, in Europa, con un extradeficit che si avvia al 13% del Pil e che, al contempo, non riesce a frenare la caduta verticale della produzione di reddito. Francia e Spagna stanno registrando una caduta del Pil superiore di qualche punto a quella italiana, ma stanno spendendo decisamente di meno e dunque stanno ingrossando in misura minore il loro debito, in grado quindi di trovare compratori a tassi di interesse assai più bassi.

La specificità “italica” sembra articolarsi invece su due piani assai scivolosi. Da un lato la spesa pubblica lievitata è, in larghissima parte, costituita da spesa corrente e da riduzioni o rinvii fiscali che hanno la natura del mero ammortizzatore sociale. Dall’altro lato tale spesa e tali riduzioni hanno a che fare anche con l’erogazione di bonus che dovrebbero stimolare la domanda e i consumi interni.

L’impressione però è che proprio l’enormità della spesa pubblica messa in campo artificialmente, attraverso il debito, e destinata appunto a una miriade di bonus e di riduzioni fiscali una tantum costi moltissimo senza avere alcuna reale incidenza nella duratura produzione di reddito; fare deficit per ben oltre 250 miliardi e assistere ad una distruzione di reddito per una cifra ancora superiore non può essere una strada sostenibile a meno che non si chieda all’Europa di mantenerci per sempre. Lo stato di emergenza non può essere un alibi sine die. —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web