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Yamamoto e la libertà dell’estetica
Quando dici Yamamoto ti viene subito in mente Yohji, lo stilista che ha ribaltato l’idea occidentale di moda nei primi Anni 80. Ma è stato Kansai Yamamoto, scomparso martedì scorso a 76 anni, ad avere aperto la porta (insieme con Kenzo) tra le estetiche di Oriente e Occidente, esibendosi a Londra nel 1971, 10 anni prima di Yohji ma anche degli altri giapponesi come Kawakubo di Comme des Garcons. E a differenza di questa seconda influenza, fatta di minimalismo anche nel colore, Kansai ha esportato un’estetica sovraccarica di stampe ispirate all’arte asiatica.
Basta riferirsi a David Bowie e al suo Ziggy Stardust (ispirato ad una leggenda giapponese che descrive il rapporto tra una divinità e un coniglio dal colore bianco), con i costumi stupefacenti ante-punk, per capire la differenza tra Kansai e gli altri.
Pezzi di avanguardia finiti nei musei di tutto il mondo a iniziare dal Victoria & Albert di Londra. La foto di Masayoshi Sukita con Bowie vestito con la Tokyo Pop, è ormai un simbolo della storia della moda e del rock che prendeva in prestito i codici del glamour. Una strada aperta proprio da Yamamoto e da Bowie che continuarono a collaborare, confrontandosi sempre sui look dei tour. Show spettacolari come le sfilate dello stilista-artista portate in tournée in tutto il mondo, Anche qui un anticipatore di quello che sarebbe stata la comunicazione di moda 20 anni dopo.
I suoi sono pezzi straordinari, potenti nei colori e nel messaggio che va oltre i generi e le convenzioni, anche recuperando le radici antiche della cultura del Sol Levante. «In Giappone la parola “Basara” significa vestirsi liberamente, con una stravaganza di stile», ha spiegato lo stesso Kansai, raccontando i suoi pezzi esposti al Victoria&Albert. E’ l’opposto dell'estetica giapponese wabi-sabi, l’ideale buddista dell'imperfezione e della modestia ,che caratterizza invece il lavoro di Yohji Yamamoto e Rei Kawakubo dai primi Anni 80.
Negli abiti di Kansai c’è piuttosto l’influenza dell’arte sontuosa del periodo azuchi-momoyama tra la metà del XVI e l'inizio del XVII secolo. E comunque, nonostante la sua voglia di connettere mondi diversi, superando confini, retorica e pregiudizi, il suo lavoro è ancorato alla tradizione. Anche nel celebre mantello bianco di Bowie c’erano elementi della cultura giapponese, in particolare i caratteri kanji, gli ideogrammi della scrittura.
Yamamoto era nato l’8 febbraio 1944 a Yokohama e aveva studiato da ingegnere civile, competenza che ha influenzato il modo di strutturare gli abiti quasi fossero sculture o addirittura edifici. Aveva 27 anni quando nel 1971 sfilò a Londra, il primo designer giapponese a mettere piede nella capitale inglese. E subito arrivò la fama e l’interesse di personaggi come Stevie Wonder, Elton John e appunto Bowie, affascinato dal concetto di Basara, ma anche dal superamento dell’estetica di genere.
Negli ultimi 20 anni Kansai si era allontanato dall’industria della moda per «mancanza di ispirazione». Continuando però a essere punto di riferimento per tanti creativi come Jean Paul Gaultier, Hedi Slimane, Raf Simons, Alessandro Michele, nei cui lavori si riconosce una suggestione «basara», cifra estetica di tempi che reagiscono al buio e alla paura con il colore e un’immagine potente e sgargiante, come spesso è già accaduto nella storia.
Da qualche tempo Kansai pensava a un rientro, con l’idea di una nuova collezione a sua firma e con collaborazioni, come quella, nel 2018, con Nicolas Ghesquière, direttore artistico di Louis Vuitton che lo ha chiamato per creare alcune delle stampe della collezione Cruise.
«Ha lasciato questo mondo in pace, circondato dalle persone che amava», ha scritto su Instagram la figlia Mirai che ne prenderà il posto al Kansai Super Studio. «Per me, non era solo il personaggio eclettico e pieno d’energia che il mondo conosceva, ma anche una persona premurosa, gentile e affettuosa. Conosceva il valore della comunicazione e mi ha ricoperta d’amore per un’intera vita».
In eredità rimane il suo ottimismo: «L’energia umana è illimitata». —
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