Il Tirreno

Toscana

Arrivano i soldi, ma il ballo continua con la stessa musica

Bruno Manfellotto

3 MINUTI DI LETTURA





Si sbagliava di grosso chi pensava, dopo il convulso accordo di Bruxelles, che la battaglia intorno al Recovery fund e al Mes si fosse felicemente conclusa. Tutto bene, Europa finalmente risorta, Conte uber alles. Sorrisi brindisi abbracci. Macché, il ballo continua, con tutti i suoi corollari tecnici e politici. Verrebbe da pensare che le vere difficoltà comincino adesso. Come tutti sanno, chi sta per prestarci una montagna di soldi vuole accertarsi che l’Italia sia capace di dire subito come intende spendere i miliardi in arrivo, e dimostri di volerli utilizzare per quelle riforme vere (giustizia, burocrazia, tecnologia, produttività, lavoro) che da anni invocano gli stessi che oggi frenano denunciando vincoli, condizionamenti, colonizzazioni. Il risultato raggiunto a Bruxelles è storico e l’occasione offerta al Paese unica.

Per questo servirebbero concretezza, visione, progetti. Ma è proprio qui che l’Italia arranca tanto da non essere ancora riuscita a far arrivare a Bruxelles quel piano di riforme che tutti hanno consegnato. Tranne Roma. Qualche giorno fa, in un dibattito, il senatore Monti ha esposto una tesi controcorrente: che le resistenze a sfruttare i prestiti europei nascano non tanto e non solo da pregiudizi politici o ideologici, ma dalla paura del sistema, abituato solo a trasferire fondi, di non essere in grado di progettarne l’uso e di deciderne la destinazione.

Al netto della provocazione e del paradosso, che sia proprio così? Fatto sta che di progetti concreti non si parla. Piuttosto ci si accapiglia su chi dovrebbe governare il tesoro in arrivo: Palazzo Chigi, i ministeri, il Parlamento, una task force (un’altra), una commissione bicamerale (toh, chi si rivede), o un’agenzia tipo la fu Cassa per il Mezzogiorno affidata però a un’autorità indipendente? Corsa comprensibile: qui si parla di 209 miliardi, pari a dieci punti e mezzo di pil, o se preferite a quattro-cinque finanziarie lacrime e sangue. Ma sono solo parole, tutto il resto ancora non c’è. Più vago sarà l’atteggiamento italiano, più difficile si farà il lungo percorso da qui alla definitiva approvazione dell’accordo. Le conclusioni del Consiglio europeo, infatti, passeranno adesso al vaglio del Parlamento dove potrebbero riemergere i dissensi sopiti o accantonati nell’ultimo vertice. Poi verrà il momento in cui sarà esaminato – al microscopio, s’immagina – quel piano made in Italy che ancora tarda; infine toccherà ai parlamenti nazionali mettere il sigillo finale (e speriamo che nessuno pensi a un referendum). Mesi duri, mesi caldi. E una lunga attesa, forse un anno, prima che i soldi arrivino davvero. Logica vorrebbe, quindi, che nell’attesa si acceda ai fondi disponibili subito. Ma questi portano il nome del famigerato Mes, contro il quale destra e Cinque Stelle non solo urlano, ma hanno anche votato contro solo due giorni fa al Parlamento europeo. E c’è chi diceva che era tutto finito…

 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web