Il Tirreno

Toscana

la relazione sul bilancio

Partecipate e derivati, il “rosso” della Toscana

Mario Neri
Partecipate e derivati, il “rosso” della Toscana

La Corte dei conti striglia la Regione: perdite per 190 milioni. «Incapace di incidere sulla gestione delle spa pubbliche»

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FIRENZE. Sono 19 e tutte in rosso, «inefficienti», incapaci di «produrre risultati», indebitate. Voragini che si allargano di anno in anno, sanguisughe che costringono le casse pubbliche ad una «costante lievitazione della spesa» utile solo a ripianare i buchi e tamponare un calo del patrimonio che sembra inarrestabile. Anche con manovre fuorilegge, come l’azzeramento di un fondo vincolato. È la sintesi, durissima, con cui la sezione toscana della Corte dei conti e la procura della giustizia contabile dipingono la gestione delle partecipate della Regione Toscana nell’ultima relazione sul rendiconto del bilancio 2019.

Dalle Terme di Montecatini a Fidi Toscana, la finanziaria che dovrebbe sostenere le imprese in crisi, non c’è quasi spa pubblica che si salvi. «Al 31 dicembre 2018 le perdite di pertinenza regionale ammontavano a 7,2 milioni, superiori a quelle del 2017», a fronte «di 149,7 milioni di investimenti», sottolinea la procuratrice Acheropita Mondera nella sua requisitoria. Che avverte: «I risultati negativi non sono da attribuire alla congiuntura economica». La crisi è «strutturale», dovuta a un «sistema di governance non adeguato». E l’attuazione del piano di riassetto e dismissione «non è soddisfacente». Una strigliata per la giunta di Enrico Rossi e un monito per chi gli succederà, di fatto invitato a liberarsi di zavorre ormai insostenibili. Un fardello di sprechi che però non è il solo nervo scoperto nei conti di Palazzo Strozzi Sacrati.

I derivati continuano a generare predite. Finora lo sprofondo rosso è arrivato a 183 milioni, 167,6 già certificati, 15,4 previsti. E il guaio è che nel bilancio non ci sono «accantonamenti per tutelare il bilancio stesso». Non solo. All’amministrazione Rossi, che ha chiuso il 2019 con 177 milioni di perdite e un disavanzo (in diminuzione) da 1,9 miliardi su un bilancio da oltre 11 miliardi, vengono contestate operazioni anomale compiute con la legge di stabilità, per «l’assenza di una corretta indicazione dei mezzi di copertura delle maggiori spese prodotte». Una tecnica più volte adottata «e più volte censurata da questa Sezione», scrivono nella loro relazione Francesco Belsanti, Paolo Bertozzi, Fabio Alpini e Rosaria Di Blasi. Non solo. I magistrati contestano anche l’uso delle lettere di patronage, prima usate per «garantire copertura sufficiente alla fidejussione sull’Interporto Vespucci di Livorno», poi spostate per finanziare il Fondo spese impreviste, il disavanzo e perdite in sanità. «Le operazioni – scrive la Corte –, ripetute costantemente negli anni, continuano a destare forti perplessità sotto il profilo della legittimità del prelievo dal fondo spese impreviste per alimentare capitoli destinati al ripiano delle perdite delle aziende sanitarie», perché «non sembrano possedere il carattere dell’imprevedibilità e della improcrastinabilità che dovrebbe giustificare il prelievo». Tradotto: se ci ripiani i buchi delle Asl tutti gli anni non puoi accampare ragioni di emergenza.

Ma se alla fine la sezione toscana della Corte dà l’ok al bilancio 2019, lo fa proprio espungendo la valutazione sulle partecipate. Su quelle si accende un semaforo rosso. Il primo proprio sull’azzeramento del fondo vincolato destinato a coprire le perdite che la Regione per legge deve accantonare ogni anno. Nel 2018 era da 6,8 milioni. Nel 2019 risulta pari a zero, anche se in sede di bilancio assestato era stato aumentato a 13,8 milioni. Perché? Con i 13,8 milioni si è deciso di generare «un’economia di spesa» e un «miglioramento del risultato di amministrazione». Che però è solo fittizio, perché «fornisce una rappresentazione non corretta e veritiera dell’esito della gestione» e il risultato così «non corrisponde all’effettivo risultato della gestione e difetta quindi della veridicità e della rappresentatività». Insomma, le spa hanno continuato a mungere la Regione nonostante fossero in rosso e dal 2014 al 2018 il loro patrimonio netto sia passato da 167 a 103 milioni. Eppure, la Regione avrebbe dovuto «razionalizzare», «dismettere».

Alcuni esempi: i poli fieristici, da Arezzo Fiere a Firenze Fiera, perdono in tutto 5,1 milioni, Fidi Toscana 9,4, la Società Termale Montecatini spa 4,4 milioni. Epperò la Regione l’anno scorso ha trasferito in conto capitale a tutte le società 244 milioni. L’anno prima 137,5. La sanguisuga ha preteso un aumento del 69%. «Secondo questa procura – ha chiuso la requisitoria Mondera - traspare un’incapacità del socio pubblico, anche nei casi di partecipazione di maggioranza, ad incidere sull'indirizzo dell'attività delle società partecipate, e ciò rende inefficace l'esercizio dei diritti societari regionali». Così, nonostante la «grave situazione economica», «lo spirito del piano sembra quello del salvataggio ad ogni costo». —

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