Sicurezza
«I baby cacciatori di video estremi potrebbero essere prede appetibili»
L’ipotesi del professor Dini, esperto di Cybersecurity Il docente universitario analizza il lato oscuro della rete
Cesare Bonifazi /pisa
Il web che navighiamo è solo la punta dell’iceberg. Al di sotto della linea del “www” ci sono milioni di siti che non vengono indicizzati dai motori di ricerca come Google. Si tratta del dark web - il lato oscuro della rete - un territorio legale nella sua forma tecnica, ma che ospita qualsiasi tipo di servizio, anche criminale. È un luogo buio in cui si può trovare di tutto: teorie del complotto, forum di militanti dell’Isis, documenti falsi, droga di ogni tipo, armi, video di violenze a uomini e animali e materiale pedopornografico.
Proprio da lì sono nati alcuni dei video diffusi dalla “chat dell’orrore”, una rete di ragazzini scoperta dalla polizia postale che diffondeva video porno e violenti con minori. Venti i giovani coinvolti, 4 sono toscani. Tutto è partito da Viareggio dalla segnalazione di una madre che ha trovato i video sul telefono del figlio.
Gianluca Dini, professore di Sistemi di Elaborazione a Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e direttore del Master in Cybersecurity, spiega come sia possibile che tutte queste attività illegali pullulino sul dark web. Il timore del prof è che i minorenni che facevano circolare quei video potessero essere a loro volta potenziali vittime.
Professore, come ci si collega alla cosiddetta “rete oscura”?
«Entrare nel dark web è semplice. Basta scaricare sul proprio computer o telefonino un’applicazione e collegarsi a internet. Nella connessione classica il mio collegamento al server genera un indirizzo chiamato “ip” che è un numero identificativo della mia posizione e dei miei dati; il dark web utilizza un sistema di scatole cinesi per il quale l’utente viene scollegato dal proprio server di origine e il suo segnale rimbalza in giro per il mondo rendendo di fatto impossibile risalire alla connessione originale».
In pratica a che cosa serve?
«Ogni connessione che compiamo normalmente può essere rintracciata, il dark web serve a eludere ogni forma di tracciamento e avere pieno anonimato. Ci sono indirizzi web esattamente come nella “rete palese”, qui però le persone si spostano più rapidamente per non farsi “prendere” dalle forze dell’ordine. Chi si occupa di combattere l’illegalità su internet ha un potere maggiore rispetto al comune utente: io, semplice cittadino, non posso richiedere a un social network i dettagli di un utente, un team di investigatori sì. Chi naviga in questi siti vuole eludere questo potere».
Come si viene a conoscenza di un indirizzo internet del dark web?
«Le url (gli indirizzi dei siti ai quali ci si collega,ndr) non sono composte nella forma che solitamente conosciamo ma alla vista sono una serie di codici senza un vero significato apparente. Ci sono numerose strade per conoscerle: spesso le persone che cercano qualcosa di specifico, e illegale, partono da una chat criptata, qui vengono agganciate da altri utenti che danno loro la url. Quando si arriva a questa pagina si trovano anche le indicazioni per collegarsi una seconda volta, sempre per il principio che i siti e gli utenti si spostano molto velocemente da un posto all’altro della rete. È un gioco come guardia e ladri. Funziona come nella vita reale, il tossico che cerca la droga va un po’ a tentativi, facendo domande in giro per acquistarla con l’intento di non farsi scoprire. Il luogo di spaccio non si trova certo nell’elenco del telefono o su Google, ci si arriva con il passaparola».
È davvero così semplice trovare anche materiale illegale di ogni tipo?
«Non posso dire che sia facile. Ma l’intento di chi gestisce questi siti è farsi trovare dalle persone “giuste”. Il dark web non è diverso dalla realtà: offre al navigatore la possibilità di trovare ciò di cui è alla ricerca»
Come è possibile che dei ragazzini possano essere entrati in possesso di materiale pedopornografico e di video violenti come nel caso della “chat dell’orrore”?
«Non conosco nel dettaglio i contorni dell’indagine, ma posso azzardare un’ipotesi plausibile. Questi ragazzini potrebbero essere andati alla ricerca di “video estremi” e potrebbero essere dunque entrati in chat dove gli sono stati proposti file del genere. Non mi stupirebbe che siano stati forniti ai ragazzi questi video che ritraevano loro coetanei per poi essere indotti a essere loro stessi i protagonisti di situazioni simili. E che, quindi, diventino loro stessi vittime di pedofili e malintenzionati». —
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