Il Tirreno

Toscana

È morto il maestro Ennio Morricone, a Lucca uno degli ultimi concerti

Ennio Morricone in concerto a Lucca nel giugno 2019
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Ennio Morricone in concerto a Lucca nel giugno 2019

Aveva 93 anni, qualche giorno fa si era rotto il femore ed era in una clinica a Roma. Il ritratto, quel legame forte con Sergio Leone. L'ultima intervista dopo l'Oscar per "The hateful height" di Tarantino

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ROMA. È morto nella notte in una clinica romana per le conseguenze di una caduta il premio Oscar  Ennio Morricone. Il grande musicista e compositore, autore delle colonne sonore più belle del cinema italiano e mondiale  da Per un pugno di dollari a Mission  a C'era una volta in America da Nuovo cinema Paradiso  a Malena , aveva 93 anni. Qualche giorno fa si era rotto il femore.

Il suo ultimo concerto era stato in Toscana, al Summer festival di Lucca, anche se aveva poi fatto una registrazione tv all'Arena di Verona

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IL RITRATTO: QUEL LEGAME CON SERGIO LEONE

C'è una meravigliosa schizofrenia nella vita artistica di Ennio Morricone (nato a Roma il 10 novembre del 1928 e scomparso stanotte a Roma) : ha composto più di 500 melodie, spesso immortali, per il cinema e la televisione, il suo tocco da arrangiatore ha caratterizzato la musica pop italiana degli anni '60 (tra Edoardo Vianello, Mina e tanti altri), ma la sua vera passione era la musica sinfonica, la sperimentazione e

l'innovazione musicale, sulla scia di un maestro come Goffredo Petrassi e delle improvvisazioni del gruppo Nuova Consonanza cui contribuì a dare nuova linfa fin dal 1964.
 
Figlio di trombettista e diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia nella stessa materia e in direzione d'orchestra, Morricone siedeva da tempo nel ristretto pantheon dei più grandi musicisti da cinema di sempre come confermano la stella sulla Walk of Fame di Los Angeles, l'Oscar alla carriera del 2007, la miriade di premi che scandiscono la sua carriera e perfino l'intestazione di un asteroide. La sua musica ha da sempre un impatto trasversale che contagia le più diverse generazioni e gli ha assicurato fama oltre il cinema con più di 70 milioni di dischi venduti.
 
Il chitarrista degli U2 The Edge dichiara da sempre di considerarlo il suo musicista di riferimento, gruppi come i Metallica o i Ramones aprono i propri concerti con un omaggio a lui, Quentin Tarantino ha saccheggiato le sue melodie ben due volte ("Kill Bill" e "Bastardi senza gloria") rendendogli pubblico omaggio fino  convincerlo a firmare una colonna sonora originale per "The Hateful 8" con cui il musicista ha vinto il suo primo Oscar dopo ben cinque nomination.
 
Nonostante centinaia di partiture che hanno fatto epoca, è sempre il sodalizio con Sergio Leone a fare da sigla ideale al cinema di Morricone. 
 
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I due si conoscono sui banchi di scuola, alle elementari, e quando il debuttante regista si rivolge a lui nel 1964 ("Per un pugno di dollari") non sa ancora che molto del suo inatteso trionfo si deve alle invenzioni del musicista, costretto a lavorare senza orchestra e con pochi soldi, capace di trasformare un fischio, una tromba, uno sparo nella più formidabile sintesi dell'epopea western. In questa spiazzante performance Morricone mette a frutto tutto il suo talento di arrangiatore che gli era valso una buona nomea nel mondo della musica leggera italiana.
L'amicizia tra i due non verrà mai meno e scandirà una carriera di successi fino all'ultimo film di Leone "C'era una volta in America" che anche per il musicista rappresenta una delle sfide compositive più complesse e importanti.
 
Se nel mondo è proprio lo "spaghetti western" ad aprire a Morricone le porte di Hollywood con autori come John Carpenter, Brian De Palma, Roland Joffé, Oliver Stone e titoli come "Gli intoccabili" o "Mission", in Italia sono molti i cineasti che con lui vantano un rapporto quasi simbiotico. E' il caso di Elio Petri per cui Morricone inventa i suoni di "Indagine su un cittadino" o di Gillo Pontecorvo che scrive con lui la partitura della "Battaglia di Algeri" che gli ispira "Queimada" e che sarà tra gli amici più cari fino alla fine.
 
Che cos'è il genio di Morricone? In primo luogo una perfetta conoscenza dei classici che lo accompagna in scorribande stilistiche di grande suggestione e gli permette di usare la grande orchestra, il piccolo gruppo, i solisti e i cori con la massima naturalezza; poi una sintonia quasi fisica con l'emozione e l'epica; infine una abitudine all'arrangiamento dei motivi che gli permette di andare di pari passo con le idee visive dei registi senza mai deviare dal proprio percorso espressivo. "Ogni volta - ha detto - cerco di realizzare una colonna sonora che piaccia sia al regista, sia al pubblico, ma soprattutto deve piacere anche a me, perché altrimenti non sono contento. Io devo essere contento prima del regista. Non posso tradire la mia musica". E' una fedeltà monogama che non lo lascia mai e che ogni volta lo conduce a sfide più impervie, come ha spesso dimostrato nella maturità quando ha cominciato ad esibirsi in pubblico come direttore d'orchestra delle sue composizioni.
 
E con la bacchetta in mano, davanti alla sua orchestra, Morricone rivelava ogni volta la sua duttilità da camaleonte: compositore contemporaneo, creatore di epopee per il più vasto pubblico, nostalgico cantore di emozioni segrete. Non è un caso che, nel 2007, sul palco dell'Oscar sia stato Clint Eastwood a consegnargli l'ambita statuetta: Eastwood non sarebbe esistito senza Leone e Morricone. E il musicista aveva trovato nell'attore il primo simbolo della sua musica amata in tutto il mondo. A gennaio di quest'anno aveva ricevuto in Senato il premio alla carriera dalla presidente Elisabetta Casellati.
 
"Io credo che la prossima stagione sarà bellissima. Ci vedremo nella grande Sala di Santa Cecilia. Ora state a casa". Aveva detto poi ad aprile nel saluto a pubblico dell' Accademia Nazionale durante il lockdown  in un video pubblicato sul sito dell' istituzione musicale in occasione del Natale di Roma.
 
NEL 2016, L'INTERVISTA DOPO L'OSCAR PER "THE HATEFUL HEIGHT"
 
Disse Elio Petri: «A Morricò... Tu imbocchi sempre!». «Dà retta, Ennio sa fà tutto», spiegò Sergio Leone al giovane Carlo Verdone per le musiche di «Un sacco bello». Un 45 giri frutto di quella coppia d’oro, Leone-
Morricone, stregò un ragazzo siciliano dal jukebox della spiaggia: cresciuto, Giuseppe Tornatore ricordava quell’estate col sottofondo di «Per qualche dollaro in più».
 
Perciò volle per i suoi film le melodie di Ennio, con cui avrebbe formato un’altra coppia straordinaria del cinema italiano. Il 2016 gli aveva regalato la massima soddisfazione col Premio Oscar alla migliore colonna sonora: «The Hateful Eight» di Quentin Tarantino, regista che lo aveva lungamente corteggiato e a cui alla fine ha detto sì.
 
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Era la seconda statuetta dopo l’Oscar alla Carriera del 2007. Per il suo 88esimo compleanno il compositore si era raccontato in esclusiva a Francesco Palmieri per l’AGI. Aveva parlato del futuro, invitando a un’attenzione maggiore per i giovani e a portare nel mondo la musica italiana meno conosciuta.
 
Maestro, 88 anni d’età, 55 per il cinema. Due cifre doppie, tonde. Pesanti?
 
«Veramente, mi sembra che il tempo sia passato velocissimo. Il primo film di cui firmai le musiche fu ’Il federalè di Luciano Salce nel 1961. Incredibile pensare come siano trascorsi così tanti anni. Adesso sta finendo il 2016...»
 
Come ricorda Salce?
 
«Un signore d’altri tempi. Autoironico, disincantato, mai banale»
 
Se parlasse con un ambasciatore italiano, cosa gli suggerirebbe per promuovere la produzione musicale nazionale?
 
«Prima di tutto la musica del cinema non si limita ai confini nazionali, perchè il cinema è un prodotto di massa. Perciò anche la mia non andrebbe definita musica italiana, ma musica del cinema. Più in generale, mi piacerebbe che la promozione della nostra musica all’estero non si limitasse solo ai nomi conosciuti per le opere liriche, ma si estendesse anche ad altri validissimi compositori sia del XX secolo che del passato».
 
Qualche nome più amato?
 
«Palestrina, Petrassi, Dalla Piccola, Malipiero, Casella... Ma non posso fare liste, perchè finirei sempre per escludere qualcuno. L’Italia ha una storia musicale ricchissima. Spero che venga portata tutta nel mondo, ma prima ancora che possa essere conosciuta dagli italiani stessi. Dobbiamo esserne orgogliosi».
 
Come festeggia il compleanno?
 
«A casa mia, con la mia famiglia».
 
Gli italiani le fanno gli auguri. Lei, maestro, quale augurio fa agli italiani?
 
«Auguro di essere più attenti alla musica, specialmente quella dei giovani autori. Ma direi di essere più attenti ai giovani in generale: fra loro forse c’è già un nuovo genio, forse più d’uno, che semplicemente non è riconosciuto come tale non per colpa sua, ma molto spesso per nostra disattenzione. Interessiamoci e incuriosiamoci: alla nostra vita, a quella degli altri e alle incredibili ricchezze che l’uomo è stato capace di generare e continua a generare, tra cui certo la musica».
 
Cosa può fare la politica?
 
«L’amministrazione e la politica dovrebbero dare energia alle piccole associazioni e a tutti gli organi formativi locali e globali».
 
Cosa può fare ciascuno di noi?
 
«Conservare la propria energia, la curiosità e la capacità di meravigliarsi e di stupirsi».
 
Ognuno ricorda un suo Morricone, anche se è meno vasto il pubblico che ne conosce la produzione di musica assoluta, benchè copiosissima, di cui citiamo "Voci dal silenzio" per le vittime dell’11 settembre e la "Messa" dedicata a Papa Francesco. Scegliere è difficile, ma si potrebbe concludere sulle note del Tema di Frank, in "C’era una volta il West" di Leone? Sulla chitarra elettrica che sigillò il rovesciamento di Henry Fonda da buono di Hollywood a villain?
 
«Quella chitarra con l’arrivo di Frank e lo sterminio della famiglia McBain doveva entrare come una lama nelle orecchie del pubblico. Dissi a Bruno Battisti D’Amario: Fai come ti pare ma quel suono dev’essere una spada...»
 
Lei quest’anno ha anche pubblicato l’autobiografia, con il musicista Alessandro De Rosa: "Inseguendo quel suono". Sicuramente il libro è stato un modo per fissare ricordi, esperienze, gente conosciuta.
 
«Sì, mi sono fermato a isolare i tantissimi ricordi di eventi accaduti nella mia vita. Ed è allora, quando mi soffermo a pensare, che sento di avere vissuto tutti questi anni. Ma con grande pienezza e intensità».
 
Nostalgie?
 
«Ricordi. Ma devo dire che guardo soprattutto al futuro. Con interesse e curiosità».
 
Lei è una icona italiana nel mondo. Ha diretto concerti all’Assemblea generale dell’Onu, in Australia, Giappone, a Shanghai, a Pechino in piazza Tienanmen. Quanto c’è del suo Paese nella musica che ha scritto?
 
«Non credo di avere portato uno stile italiano nella musica del cinema. Credo di averci portato me stesso. Al contempo però mi sento profondamente italiano, legato a questa terra e alla nostra cultura. È qui che sono vissuto, è qui che ho studiato, scoprendo compositori del nostro Paese che hanno sicuramente lasciato tracce indelebili in me e nel mio modo di scrivere».
 
È una traccia indelebile per lei anche quella di Roma. Dopo la musica e il gioco degli scacchi, di cui lei è un esperto riconosciuto, la capitale completa la triade di un accordo perfetto?
 
«Una volta il produttore Dino De Laurentiis mi offrì una villa bellissima a Los Angeles. Ma rifiutai. Non avrei mai potuto abbandonare Roma. È la città dove sono nato, dove sono cresciuto, a cui si legano moltissimi ricordi. Credo che non potrei vivere in nessun’altra città del mondo».

 

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