Gioco
Livorno, il centenario comunista e l’idea di un turismo “politico”
Penso che il 2021 non dovrebbe essere solo un momento “celebrativo": la città, con le tante storie dei suoi comunisti, dei suoi quartieri popolari, potrebbe contribuire a costruire una sorta di memoriale
Qualche giorno fa su queste pagine Luigi Vicinanza, partendo dalla nascita del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista, poi Partito Comunista Italiano, e dai luoghi simbolo, il Teatro Goldoni e il Teatro San Marco, ci ha fatto immergere in un vero e proprio viaggio di amore per questa “strana” città che è Livorno. Il suo raccontare mi ha spinto a riflettere su alcuni possibili sviluppi di questo viaggio. Penso che il 2021 non dovrebbe essere solo un momento “celebrativo”, ma anche un anno, dove, attraverso nuove ricerche, potranno essere illuminate zone non ovvie nella ricostruzione dell’universo del comunismo italiano, attivando approcci di studio diversi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:tempo-libero:1.39018070:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/tempo-libero/2020/06/27/news/livorno-per-chi-sa-amarla-1.39018070]]
Il P. C. I venne definito da Palmiro Togliatti, una giraffa, un animale che secondo gli zoologi non avrebbe motivo di esistere, mentre è esistito ed è stato anche in buona salute. Molto è stato scritto ma penso che occorra sviluppare nuovi metodi d’indagine, dove la storiografia si intrecci con le scienze sociali e politiche, per raccontarci i comunisti in carne ed ossa, la loro vita nei diversi quartieri popolari di città grandi, medie e piccole, e nelle campagne, la loro mentalità, i sentimenti, le idealità, le speranze e le delusioni, insomma quella che era una passione politica, a cui si dedicava molto tempo e fatta spesso di sacrifici. In un bel libro di qualche anno fa, “Addio alla provincia rossa” di Mario Caciagli, si richiamavano le domande di un personaggio del romanzo di Philip Roth, “Ho sposato un comunista”: “Comunisti, comunisti, comunisti e nessuno in America aveva la minima idea di cosa diavolo fosse un comunista: cosa fanno, cosa dicono, come sono?”.
Ecco: Livorno con le tante storie dei suoi comunisti, dei suoi quartieri popolari, potrebbe contribuire a costruire una sorta di memoriale. Se rifletto sulle ragioni della scelta di Livorno per il congresso socialista e poi della nascita del comunismo italiano, non posso non ricondurle alla sua identità di città ribelle, cosmopolita, porto aperto alle genti del Mediterraneo e non solo, che Vicinanza ci ricorda. Una storia complessa di cui mi piace sottolineare qualche frammento.
È dai torchi della tipografia Coltellini che esce “Dei Delitti e delle pene” di Cesare Beccaria e l’anno prima era uscito il Gazzettiere Americano, che testimonia l’apertura al nuovo mondo con l’esigenza di parlare ai ceti mercantili e alle “Nazioni”.
L’altro “frammento” riguarda un grande intellettuale, ancora vivente, Edgar Morin, che in un bel libro, “Vidal mio padre”, ricorda le sue radici livornesi: «E la matria a cui penserà di più nei suoi giorni da vecchio, quella in cui si augurerà di terminare la vita, è Livorno, la città in cui sente come per istinto che si è formata l’identità moderna dei Nahum». È Nahum il vero cognome di Morin che è il cognome naturalizzato francese che assume durante la Resistenza contro i nazisti. Un pezzo di storia che sta dentro una storia più generale, quella degli ebrei sefarditi livornesi.
Ed in ultimo come non ricordare le parole con cui Friedrich Engels il 30 Novembre del 1848 sulla “Neue Rheinische Zeitung” salutava in Livorno «la sola città italiana che dalla caduta di Milano è stata spronata ad una vittoriosa rivoluzione e ha comunicato il suo slancio democratico a tutta la Toscana, ha imposto un ministero decisamente democratico, suscitando nel popolo italiano la scintilla rivoluzionaria». Una scintilla che avrebbe alimentato nel tempo germi democratici e libertari che si sono intrecciati con le diverse tradizioni politiche, da quelle repubblicane a quelle anarchiche, a quelle del socialismo prima e del comunismo poi.
Condivido la sollecitazione di Vicinanza quando invita a far sì che l’occasione dei 100 anni della nascita del P.C.I. possa costituire un ulteriore momento, come lo è stata la mostra su Modigliani, per far conoscere ai visitatori, ma anche ai livornesi, ed in particolare alle nuove generazioni, questa città “strana”, non riducibile a ricorrenti stereotipi e luoghi comuni. La dimensione “celebrativa”, potrebbe tradursi, perché no, in un possibile turismo culturale e politico. Ma perché ciò avvenga sono necessari luoghi, spazi, strumenti, strategie comunicative attrattive. Mi chiedo se non sarebbe possibile partendo dal Museo civico e coinvolgendo altri luoghi (Fortezze, i Granai, alcuni spazi lungo i fossi, le cantine, le chiese e i cimiteri storici e così via) costruire un percorso narrativo attraverso tecnologie avanzate e installazioni immersive, dando vita ad una esperienza innovativa. Il nostro viaggiatore attraverso spazi, territori, edifici, testi, oggetti materiali e simboli, potrebbe immergersi nel cuore di questa città “glocal” ante litteram.
[[atex:gelocal:il-tirreno:site:1.39035198:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.39035198:1652798857/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
[[atex:gelocal:il-tirreno:site:1.39035199:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.39035199:1652798857/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
