Gioco
Lo strano profilo di un premier mai visto nella storia italiana
A proposito di anomalie. In questo momento l’Italia ha un presidente del Consiglio che non ha un partito di riferimento, ma potrebbe crearne uno nuovo, potrebbe fare il leader di un partito già esistente oppure potrebbe continuare ad essere soltanto il leader di una coalizione. Si tratta peraltro di un presidente del Consiglio che guida un esecutivo politico, sostenuto da una maggioranza decisamente ostile a soluzioni tecniche. Tutto ciò sta avvenendo mentre il paese è ancora coinvolto in una pandemia che ha reso largamente utilizzato lo strumento del decreto del presidente del Consiglio e ha “centralizzato” molte decisioni su temi delicatissimi, a partire da quello delle libertà personali.
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Raramente nella storia italiana si è verificata una situazione simile. Nel Regno d’Italia, i presidenti del Consiglio erano, in genere, parlamentari di consumata perizia dei lavori e delle discussioni d’aula, il cui destino era legato a maggioranze, faticosamente costruite, che si reggevano prima di tutto sulla comune adesione ad una tradizione politica. Ricasoli, Rattazzi, Minghetti, Sella erano eredi di Cavour, così come Depretis e Crispi avevano legami stretti con declinazioni diverse della democrazia risorgimentale, mentre Giolitti apparteneva al “nuovo” liberalismo, di cui era in parte fondatore, in parte continuatore.
Negli anni della Repubblica, la guida dei governi era pressoché totalmente dipendente dalle appartenenze di partito, tanto che di norma il presidente del Consiglio era, o era stato, segretario di partito. Negli ultimi trent’anni sono comparsi anche presidenti del Consiglio tecnici, in genere provenienti dalla Banca d’Italia e sono esistiti premier di coalizione, senza partito o con il partito, ma dalla chiarissima collocazione politica, quantomeno nei termini della semplificazione centrodestra-centrosinistra.
In altre parole non è praticamente mai esistito un presidente del Consiglio “politico”, senza partito, con la possibilità di fondarne uno, dai contorni ancora molto indefiniti, e con la contemporanea possibilità di essere il “capo” di un partito già esistente rispetto al quale la distinzione centrodestra-centrosinistra pare non avere alcun valore.
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È davvero difficile in queste condizioni concepire una visione strategica del futuro quando non sono evidenti in alcun modo le appartenenze che, anzi, per molti versi vengono considerate un disvalore perché indeboliscono la forza dell’ambiguità. Il rischio è che così le parole chiave e i temi programmatici – gli Stati Generali, il Piano Colao etc. – rimangano inevitabilmente generici perché una loro vera definizione obbligherebbe a superare l’attuale anomalia di una guida del governo una e plurima. Le kermesse “consultive”, gli annunci e i programmi, in tale ottica, sembrano avere solo una funzione legittimante dell’indispensabilità del “capo” piuttosto che assolvere a reali compiti di indirizzo del paese. Ma una linea politica siffatta non può non presentare immediate criticità. Le sempre più ruvide posizioni del nuovo presidente di Confindustria sono, infatti, tutt’altro che occasionali. Carlo Bonomi ha chiaro da un lato quanto sia pesante la crisi in corso e quanto sia necessario l’intervento dello Stato.
In tali condizioni, è evidente il timore, al di là delle dichiarazioni sulla necessità di adottare misure concrete, che proprio l’intervento pubblico possa essere strutturale e permanente, con l’ingresso nel tessuto portante dell’economia italiana; un intervento che ridimensionerebbe il ruolo dei grandi gruppi e certamente renderebbe la politica più forte.
Del resto il cuore pulsante dell’impresa italiana è molto concentrato: 90 mila attività producono quasi il 90% del valore aggiunto nazionale, con una occupazione non lontana dal 40% del totale. Circa la metà di queste attività ha oggi seri problemi di liquidità e dunque, a diverso titolo, dipende, attraverso il sistema creditizio, dal finanziamento pubblico. Se dunque lo Stato decidesse di tornare a fare l’imprenditore, utilizzando questa dipendenza delle grandi imprese dalla liquidità e sfruttando la natura meno vincolante delle regole europee, gli equilibri di potere cambierebbero in profondità, tanto più in una fase in cui le piccole imprese sembrano aver perso il loro peso perché travolte ancora maggiormente dalla crisi.
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Le strade della ripresa diventano così il terreno degli assetti futuri dell’economia italiana e Confindustria pare averlo capito bene. Sembra averlo capito meno la politica che, come accennato, si limita ad allestire Stati Generali, task force, piani vari ma non ha ancora deciso come utilizzare la maggiore capacità di indebitamento che proviene dall’Europa. Tra il 2020 e il 2021 la Bce comprerà titoli italiani per oltre 300 miliardi praticamente senza oneri, fornendo tanta liquidità ad inflazione negativa.
Proprio la politica dovrebbe chiarire quali saranno le condizioni del funzionamento del mercato caratterizzato da simili risorse; altrimenti gli “industriali” faranno di tutto per condizionarla nella paura di uno strapotere statalista e l’intervento dello Stato rischierà di essere solo vecchia, pericolosa ed inefficiente lottizzazione. In attesa che il presidente del Consiglio decida cosa fare da grande.
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