Sicurezza
Volò giù dal balcone dell’hotel ma non per sfuggire allo stupro
La Corte d’appello di Firenze assolve due giovani di Arezzo per la morte di Martina Ribaltato il verdetto di primo grado. Il padre: «Offesa all’onore di mia figlia»
Ilaria Bonuccelli
Matteo Leoni
Il cuore gli si frantuma quando sente la Corte pronunciare la formula “riforma la sentenza”. Poi Bruno Rossi non ascolta altro. Non serve. Sua figlia Martina è morta a 20 anni in Spagna, a Palma di Maiora, volando giù dal balcone di un hotel, mentre era in vacanza. Secondo la Corte d’Appello di Firenze, però, non è morta mentre tentava di sfuggire a due ragazzi di Arezzo che tentavano di stuprarla. «È volata giù da sola.. in mutande». Le parole di Bruno Rossi sono spezzate. Un padre che non ha più né consolazione né «fiducia nella giustizia».
Gli resta solo la figlia morta il 3 agosto 2011 in Spagna. La certezza che «le cose si cambiano solo con la rivoluzione come dicono i miei compagni, i portuali, a Genova». C’è anche la delusione: «Pensavo che si sarebbe difeso l’onore di Martina in questa aula, invece non è così». Usa parola di disprezzo per i due imputati che imputati non sono più perché in appello vengono assolti con formula piena: «Il fatto non sussiste». Non è che non ci sono le prove. È che il reato proprio non c’è.
Il contrario di quello che a dicembre 2018 stabilisce il tribunale di Arezzo quando condanna a 6 anni gli aretini Luca Vanneschi e Alessandro Albertoni, incontrati da Martina nella vacanza con le amiche. La condanna in primo grado era per tentata violenza di gruppo e morte in conseguenza di altro reato: insomma, Martina - secondo la procura aretina - sarebbe caduta dal balcone dell’albergo spagnolo cercando di evitare lo stupro dei ragazzi toscani.
Ma in Appello, si arriva già con una richiesta di condanna dimezzata: tre anni, perché il reato di morte in conseguenza di altro reato è prescritto. Ora non resta più nulla. La Corte d’Appello assolve i due ragazzi con formula piena. Quindi non solo decade l’accusa di tentato stupro di gruppo ma decade e si cancella anche la pena (per quanto prescritta) inflitta in primo grado per il reato di morte in conseguenza di altro reato.
«È la fine di un incubo, abbiamo lottato contro tutto e contro tutti, è la vittoria di Davide contro Golia», commenta l’avvocato Stefano Buricchi, legale di Luca Vanneschi. «La giustizia - aggiunge - è una divinità, che si manifesta solo se ci credi. Massimo rispetto per i genitori di Martina, ma ci sono altre due famiglie, quelle degli imputati, che per nove anni hanno sofferto per i loro figli».
I genitori di Martina, invece, di soffrire non smettono. Ascoltano la sentenza tenendosi per mano. Poi la mamma, Franca Murialdo, quasi fugge dall’aula: «Io non dico niente, non me la sento di dire niente, scusate. Sennò direi troppo». Bruno, il padre, invece parla. Anche se fatica. Ha in mente Martina «che non c’è più. E ora non c’è più niente. La giustizia non c’è più: ci sono soluzioni che vanno al di là della legge, del cuore, del pensiero. Mi accorgo che sto facendo affermazioni estremamente convenzionali, quando vorrei dire cose assai differenti. Ma a volte è meglio agire che parlare. Posso solo dire che dopo tutta questa vicenda la giustizia in Italia ha interrotto il lavoro compiuto in precedenza dal lavoro compiuto dalla polizia di Genova, dalla procura di Arezzo, dal gip».
Bruno Rossi si interrompe solo per riprendere fiato. e per dire che oggi parlerà di Martina «con chi la conosce(va)». Per dire che la sentenza di Firenze «equivale a sconvolgere la logica. Di nuovo hanno picchiato sulle persone deboli, ma è sbagliato pensare che il papà di Martina sia una persona debole». Non può esserlo. Perché oggi lo aspetta un compito duro.
«Terrò stretta Franca, mia moglie. È anche inutile pensare che andremo in Cassazione: non conta nulla di fronte alla mortificazione di infangare l’onore di Martina. Mi piacerebbe sapere che cosa hanno sentito i giudici».
Lo saprà entro 45 giorni, il tempo che la Corte ha per depositare le motivazioni. Di sicuro ha deciso che Martina non cadde nel vuoto - come sosteneva l’accusa - nel disperato tentativo di saltare da un balcone all'altro per sfuggire ai due che volevano violentarla. La difesa, al contrario, ha sempre sostenuto che la ragazza si sarebbe buttata, poiché in stato confusionale dovuto a droga. Certo è che Martina è morta. E che, in ogni caso, tutti i reati ipotizzati andranno prescritti ad agosto 2021. Forse anche prima che si esprima la Cassazione. —
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