Tasse pagate solo dal 40%, serve un fisco più europeo
Dopo l’esplosione dell’epidemia diventano ancora meno accettabili tre numeri sconcertanti: i 110 miliardi di evasione fiscale ogni anno in Italia, i 190 miliardi di euro che 2 milioni di cittadini italiani hanno sui conti esteri e i 20 miliardi di profitti realizzati in Italia da aziende multinazionali e trasferiti verso paradisi fiscali
Due brevi premesse e una considerazione. La prima ha a che fare con l’Inghilterra; se non ci fosse stata la Brexit è molto probabile che Boris Johnson avrebbe esercitato il proprio veto nei confronti del Piano europeo di sostegno ai vari paesi, ricalcando la linea seguita da David Cameron nel periodo 2010-2012, quando il primo ministro inglese si oppose ai salvataggi, fatta eccezione per il caso irlandese. Dunque, non tutto il male viene per nuocere.
La seconda riguarda i cosiddetti paesi "frugali" , che poi così frugali non sono proprio. Se l’indebitamento delle famiglie italiane, a fine 2019, era pari al 62% del reddito disponibile, quello delle famiglie dei Paesi Bassi superava il 200%, a fronte di una media europea del 95%. Dunque, le lezioni sulla sostenibilità del debito che provengono da tali paesi non sono poi così motivate.
La considerazione che discende da queste due premesse è molto semplice: il Piano di sostegno europeo ci sarà e le cifre in esso contenute saranno, come annunciato, molto rilevanti. Il tema vero è come l’Italia vorrà e saprà spenderle. A tal proposito, occorrerebbe affermare con forza che con i fondi europei, ottenuti attraverso il debito, non è possibile ridurre le imposte; non si può fare dal punto di vista formale perché sono risorse destinate agli investimenti e non si può fare perché sarebbe sbagliato farlo. Per riformare il sistema fiscale italiano in direzione di una maggiore giustizia sociale e di una maggiore efficienza bisogna spostare una parte del carico su forme di imposizione europea, a partire dal digitale e dalla finanza; occorre, in altre parole, concepire una nuova visione fiscale in cui il sistema italiano e quello europeo si integrino nel determinare il gettito complessivo. Serve poi introdurre con convinzione meccanismi di tracciabilità dei pagamenti che costituiscono la strada più efficace per battere l’evasione.
Si tratta di un’esigenza davvero non più procrastinabile nel momento in cui sembra finalmente muoversi l’Europa e gli enormi costi della sanità pubblica non possono gravare solo su una parte ristretta dei contribuenti. In una crisi pandemica, la sanità di tutti non può essere pagata soltanto da poco più del 40% dei contribuenti. Il costo totale del servizio sanitario nazionale è pari a 121 miliardi di euro; larghissima parte delle sue prestazioni sono gratuite, dall’emergenza alle operazioni più complesse.
Gratuite significa che una porzione importante della copertura finanziaria di tali attività non viene pagata a prescindere dal reddito e dal patrimonio. Anche l’italiano più ricco che ha un malore viene trasportato d’urgenza all’ospedale e curato senza che debba sborsare un euro. L’emergenza e l’urgenza infatti gravano per intero sulla fiscalità generale; vengono cioè pagate con le entrate delle imposte. In questo senso la spesa sostenuta dal Sistema sanitario nazionale per l’epidemia in corso è stata enorme ed è stata pagata dai contribuenti fedeli. Si tratta di un modello universalistico che registra pochi casi simili nel mondo e che ha bisogno per essere sostenibile di una vera fedeltà fiscale da parte di tutti i contribuenti, unitamente ad una altrettanto marcata progressività per cui chi ha redditi e patrimoni più alti deve contribuire di più al sostentamento del Sistema sanitario nazionale.
Solo così il sistema può provare a reggere garantendo la qualità e, appunto, l’universalità dei servizi. Oggi sappiamo che non è così perché l’intero carico fiscale italiano è, come ricordato, pagato da circa il 40% dei contribuenti.
Dopo l’esplosione dell’epidemia diventano, allora, ancora meno accettabili tre numeri sconcertanti. Il primo è quello dei 110 miliardi di evasione fiscale, stimati ogni anno in Italia. Il secondo, altrettanto sbalorditivo, è costituito dai 190 miliardi di euro che 2 milioni di cittadini italiani hanno sui conti esteri. Il terzo sono i 20 miliardi di profitti realizzati in Italia da aziende multinazionali e trasferiti verso paradisi fiscali. Si tratta di numeri impressionanti, che naturalmente non vanno confusi tra loro, ma che davvero sembrano, nelle attuali condizioni, non più tollerabili.
La cruciale partita del fisco non deve quindi passare dai fondi europei che è necessario, invece, vengano indirizzati ad un piano di investimenti pubblici, indispensabili, in primo luogo, per far fronte alla ritirata di quelli privati. Secondo le stime della Commissione europea nei prossimi due anni si perderanno quasi 900 miliardi di investimenti nel Vecchio Continente che hanno bisogno di essere sostituiti da risorse pubbliche. La politica ha il compito decisivo di fare in modo che questa gigantesca operazione di ripresa non sia soltanto una mera sostituzione, ma sia guidata da una visione strategica in grado di capire fino in fondo quanto l’epidemia abbia esasperato criticità già profonde e sempre meno tollerabili disuguaglianze.
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