La protesta
Uccise il bimbo, la difesa chiede di annullare la pena a 20anni
Firenze, i legali invocano l’incapacità di intendere e volere «La follia gli ha armato la mano» pure contro la compagna
FIRENZE
«Voleva buttare tutti di sotto, nel fiume... Ha preso la bimba e la voleva buttare di sotto dalla terrazza». Afferrata per i capelli e per una gamba. Anche se lei, la bimba, la figlia di 7 anni, si divincola. Con l’aiuto della mamma, riesce a scappare. A rintanarsi contro il muro. A chiedere aiuto alla nonna che sta lavorando nei campi: «Nonna corri». La nonna, il nonno, lo zio corrono. Ma il babbo, intanto, tenta di assassinare la mamma. E uccide il fratellino di un anno. Lo accoltella a morte, in una serata di fine estate. Il 14 settembre 2018. Per questi due reati il babbo un anno e mezzo fa è stato condannato a 20 anni di carcere. In appello ora la procura di Firenze chiede che venga condannato anche per il tentato omicidio della bambina. Nella stessa udienza, invece, il 3 giugno la difesa dell’imputato chiederà l’esatto contrario: che venga assolto. Perché incapace di intendere e di volere.
La tragedia è nota. Il Tirreno decide di non pubblicare i nomi dei protagonisti per tutelare una delle vittime più fragili di questa vicenda: la bimba sopravvissuta.
Siamo nei dintorni di Firenze. La famiglia è in casa. Sulla ricostruzione dei fatti e dell’antefatto sembrano concordare tutti: accusa, difesa, legali di parte civile. La famiglia è in casa, si sta preparando per la cena. Il padre è sul divano. Il bimbo di un anno gioca con bicchieri di plastica e fa rumore. La bimba gioca con un tablet che emette suoni. La mamma riceve una telefonata di lavoro. Tutto sembra infastidire il padre che ha precedenti di violenza domestica. E, soprattutto, un bipolarismo diagnosticato. La situazione è esplosiva.
La mamma fiuta la tensione. Si sposta in cucina coi bambini. Non basta. Manda un sms al datore di lavoro. Si scatena la tragedia. L’aggressione alla bimba, le coltellate al cane che tenta di difendere la famiglia, la fuga della bimba, il suo terrore; il padre che afferra di nuovo un coltello e colpisce la compagna, poi si accanisce sul bimbo di un anno. E l’irruzione in casa dei familiari della mamma. La fine di tutto.
Un anno dopo la sentenza di primo grado: 20 anni di carcere per omicidio del bimbo, tentato omicidio della moglie, con l’aggravante della crudeltà. Assoluzione per il tentato omicidio della figlia. Riconoscimento della parziale infermità mentale. Poi l’appello.
Si muovono sia la procura della Repubblica sia la difesa del padre. La Procura rivendica che il padre volesse uccidere anche la figlia. E che il fatto che non “fosse armato”, che non impugnasse il coltello, non è una prova del mancato intento criminale. Neppure i referti del pronto soccorso dell’ospedale pediatrico Meyer si considerano una prova della mancata volontà di uccidere.
Piuttosto i pm focalizzano l’attenzione sulla ricostruzione della tragedia: sulla «successiva azione violenta del padre, mossa dall’intento di colpire ciascuno dei responsabili del disturbo che gli era stato arrecato: la compagna che ha ricevuto la chiamata di lavoro e ha inviato il messaggio; il figlio che ha prodotto il rumore col gioco dei bicchieri... la figlia responsabile dei rumori prodotti dal tablet e che, nell’ottica dell’imputato, al pari degli altri, doveva essere definitivamente eliminata».
Al contrario, i legali della difesa chiedono che in appello il padre sia assolto per incapacità di intendere e di volere. Non negano che abbia commesso i reati che gli vengono contestati, in particolare l’omicidio dei figlio di un anno, «l’amatissimo figlio», ma rivendicano che la «follia gli ha armato inconsapevole la mano». Insomma, l’uomo - si legge nell’appello della difesa - «colpisce in maniera casuale e incontrollata qualunque ostacolo gli si pari davanti - prima il cane, poi la figlia, poi la compagna e infine il figlio - non “perché ogni “azione viene bloccata da una reazione alla quale segue una nuova azione, tendente a superare la reazione”, come motivato in sentenza.... ma perché l’imputato versava in uno stato psichico dissociato», con la volontà «completamente abolita dalla gravissima manifestazione della psicopatologia in atto in quel momento».
In parole povere, il padre ha tentato di sterminare la famiglia in modo del tutto inconsapevole. Perché malato, in preda a una patologia in corso da anni. Con l’aggravante che «all’epoca dei fatti - scrivono i legali della difesa - l’uomo seguiva una terapia psicofarmacologica indubbiamente inadeguata a controllare la grave e composita fenomenica psicopatologica e che, anzi, costituiva terapia “attivante” che favorisce la reattività del soggetto agli stimoli esterni».
In sostanza, non solo - dice la difesa - il padre era (ed è) malato, ma al momento della tragedia era curato male. Con una terapia che lo rendeva anche sovraeccitabile.
Questa osservazione, però, non dovrebbe solo portare la Corte d’Appello a rivalutare (eventualmente) la sentenza di primo grado, magari con l’assoluzione o con la derubricazione (alleggerimento) del reato di tentato omicidio della compagna in “lesioni volontarie aggravate” e la cancellazione dell’aggravante della crudeltà, come reclama la difesa. Dovrebbe anche portare l’accusa a domandarsi, se davvero l’imputato fosse curato male ai tempi della tragedia (preceduta da denunce per altri atti di violenza familiare, ndr). E quanta responsabilità abbia chi l’ha curato male nei crimini che sono stati commessi. —
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