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Due superstiti di Sant'Anna Cavalieri della Germania: «Abbiamo perdonato i tedeschi, non i nazisti»
Enrico Pieri aveva dieci anni quando la sua famiglia fu sterminata, Enio Mancini sette anni: fu graziato da un soldato che finse di ucciderlo. Oggi la Germania conferisce ai due superstiti dell’eccidio il titolo di Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica federale: un riconoscimento senza precedenti per le vittime di stragi nazifasciste.
Dopo la medaglia che ricevettero a Roma nel 2010 dal ministro Friedrich Dauble, il titolo di cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica federale di Germania. Per Enrico Pieri ed Enio Mancini, rispettivamente 86 e 82 anni, due dei sopravvissuti all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema nel quale il 12 agosto 1944 i nazisti trucidarono 560 civili, un’altra onorificenza in nome della riconciliazione da parte della nazione che nel secolo scorso incendiò l’Europa. Un’alta onorificenza, che lo Stato tedesco assegna per la prima volta a vittime di stragi nazifasciste, «per le particolari benemerenze acquisite verso la Germania» - questa la motivazione ufficiale - ovvero per la speranza di pace che Pieri e Mancini hanno testimoniato tutta la vita: il segno che il lavoro che qui, nel cuore della Versilia, è stato fat-to negli anni per tenere viva la memoria di quella tragedia in nome della giustizia invece che della vendetta ha saputo superare rancori, abbattere steccati, aprire orizzonti. La notizia del riconoscimento è stata comunicata a Pieri e Mancini tramite lettera dall’ambasciata tedesca. Lette-ra che non rimanda a un appuntamento già fissato. La data della cerimonia sarà decisa quando l’emergenza covid lo consentirà. Si terrà, come chie-sto da Pieri, a Sant’Anna. «Non me la sento di affrontare un viaggio» ha spiegato. —
LE INTERVISTE
Enrico Pieri aveva dieci anni quando il secondo battaglione del 35° reggimento della 16ª Ss Panzer-Grenadier Division massacrò la sua famiglia e tutta Sant’Anna di Stazzema. Si salvò nascondendosi in un ripostiglio del sottoscala.
Enio Mancini, quel 12 agosto 1944, di anni ne aveva poco meno di sette: fu graziato dall’unico soldato tedesco che ebbe il coraggio di disobbedire agli ordini, fingendo di uccidere lui e un gruppetto di bambini, sparando una raffica di mitra in aria.
Oggi la Germania conferisce ai due superstiti dell’eccidio il titolo di Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica federale: un riconoscimento senza precedenti per le vittime di stragi nazifasciste.
Che significato ha per voi questa onorificenza? È un risarcimento?
Pieri: «No, non è un risarcimento ma il frutto di una lunga collaborazione con le scolaresche e associazioni tedesche come gli AnStifter di Stoccarda».
Mancini: «Per me sì, sicuramente, ed è stato molto gradito e inaspettato. Lo considero anche un risarcimento morale verso tutta Sant’Anna».
Avete perdonato la Germania per ciò che fece?
Pieri: «Certo, ho perdonato la Germania. L’ho fatto negli anni ’70, quando ho dovuto mandare mio figlio a imparare la lingua tedesca in Svizzera dove ero andato a lavorare: ho superato il rancore verso il popolo tedesco perché ho capito che per fare l’Europa non si può fare a meno della Germania. Nell’Unione Europea ci ho sempre creduto».
Mancini: «Non ho perdonato l’ideologia nazista. Io penso si debba distinguere fra popolo e ideologia. In Italia c’era l’ideologia fascista. Ho perdonato l’Italia non il fascismo, altrettanto ho fatto con la Germania».
Voi avete speso la vita a coltivare la memoria di quello che avvenne a Sant’Anna: come si fa a fare pace con gli eredi dei responsabili di quell’orrore?
Pieri: «C’è stato un periodo che di Sant'Anna non volevo parlare perché non volevo confessare che ero orfano di guerra. Quando ho visto che c’era bisogno di testimoni diretti per ricordare e aiutare a capire ho iniziato a collaborare nell’82 con il Museo della Resistenza di Sant’Anna insieme ad Enio Mancini. Poi ho capito che si doveva iniziare a costruire rapporti con la Germania e così abbiamo cominciato con i ragazzi e la giornalista Christiane Kohl a promuovere incontri».
Mancini: «Si deve parlare di pace e dell’orrore per mettere in risalto cosa è l’una e l’altro. Con il rancore non si costruisce nulla, con l’amore si costruisce il mondo».
La magistratura tedesca ha lasciato impuniti i nazisti colpevoli della strage: è una ferita rimarginabile?
Pieri: «Dopo 60 anni un processo era difficile farlo, ma è una ferita che rimarrà sempre aperta, perché quella sentenza di condanna, nonostante si fosse di fronte a un crimine contro l’umanità, nessuno in fondo voleva che fosse emessa. Sapevamo che era difficile dopo tanti anni aprire un processo così, ma questo vale anche per gli italiani fascisti che parteciparono alla strage del 12 agosto 1944: anche loro avrebbero dovuto essere processati dall'Italia».
Mancini: «Verso la magistratura tedesca provo ancora risentimento, per il suo tergiversare nei confronti dei colpevoli. Il presidente della repubblica italiana Giorgio Napolitano e quello tedesco Joachim Gauck nel 2013 insieme a Sant’Anna dissero che la storia farà giustizia. Io quel giorno invece ribadii che la giustizia è un’altra cosa rispetto alla storia. La giustizia è un diritto inalienabile e la giustizia tedesca non c’è stata. Così come non c’è stata quella italiana nei confronti dei fascisti».
Perché bisogna credere in un’Europa più unita?
Pieri: «Perché il nostro continente è importante, per tutto il mondo».
Mancini: «È un dovere. Abbiamo avuto 75 anni di pace dopo quei giorni terribili. Se non ci fosse stata questa unione fra i paesi dell’Europa probabilmente avremmo avuto di nuovo guerre. Non c’erano mai stati periodi così lunghi di pace, è l’unica salvezza possibile».
Cosa manca per realizzare una vera Unione Europea?
Pieri: «Manca tanto, però come ho sostenuto anche quando ho incontrato i parlamentari europei, credo sia essenziale rafforzare progetti come l’Erasmus fra le università, fare incontrare e crescere insieme le nuove generazioni».
Mancini: «Bisogna rinunciare un po’ alle singole sovranità per una vera unione. Come ci sono stati gli Stati Uniti d’America sarebbe bello che nascessero gli Stati Uniti d’Europa».
I giovani secondo voi ricevono dalla scuola l’insegnamento necessario a capire cosa è successo nel secolo scorso in Europa?
Pieri: «Quando vado nelle scuole e parlo dell’Europa gli studenti sono poco preparati. La pubblica istruzione deve fare di più. Non parlo solo delle scuole italiane. Sono importanti i luoghi della memoria come Sant’Anna, Marzabotto, i campi di concentramento. E poi mai dimenticare uomini come Schuman, Adenauer, De Gasperi».
Mancini: «Non si deve generalizzare. Con insegnanti attivi e in gamba gli alunni sono partecipi, dove non c’è questa sensibilità no, e gli alunni non imparano bene. La sensibilità è a macchia di leopardo. Però nella scuola e nei ragazzi io ci credo, anche per questo vado a parlare con loro negli istituti. Spero molto nei giovani».
Un riconoscimento come questo è un premio a ciò che si è fatto nella vita: con chi lo volete condividere?
Pieri: «Lo condivido con tutte le persone che hanno dato una mano a Sant’Anna, che sono tante. C’è stata molta gente che ha voluto bene a quello che oggi è il Parco nazionale della pace, e ha collaborato con noi».
Mancini: «Lo condivido con la memoria dei tanti bambini, come ero io, che hanno perso la vita a Sant’Anna. E poi con tutti coloro che hanno sofferto per questa tragedia e con tutti gli uomini di buona volontà che hanno speranza in un futuro migliore». —
ha collaborato Tiziano Baldi Galleni
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