Il Tirreno

Toscana

Uccide la compagna, violenze e abusi nella vita dell’omicida: «Il Forteto ha fatto altre due vittime»

Paolo Nencioni
Uccide la compagna, violenze e abusi nella vita dell’omicida: «Il Forteto ha fatto altre due vittime»

L’onorevole Mugnai ascoltò Borgheresi in commissione: «Anche l’uccisione della donna ha origine da quella setta»

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FIRENZE. La storia personale di Francesco Borgheresi – il militare di 41 anni originario di Firenze che venerdì pomeriggio, a Cuneo, ha ucciso a colpi di pistola la compagna rumena Mihaela Apostolides di 43 anni – autorizza a pensare che nel tragico epilogo abbia avuto una parte non secondaria l’infanzia infernale e la giovinezza difficile dell’assassino, uno dei bambini che all’inizio degli anni Ottanta subirono abusi nella comunità del Forteto, a Vicchio. Ma al momento questa è solo una suggestione. La certezza è che Francesco è andato all’appuntamento con Mihaela portandosi dietro due pistole, una delle quali gli è servita per ucciderla a bruciapelo nel parcheggio dell’Auchan. Dunque alla fine l’omicidio potrebbe spiegarsi con la solita banale e malata gelosia o con una ancora più meschina questione economica («mi ha chiesto molti soldi durante il lockdown»).

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E però la storia di Borgheresi, il primo bambino a nascere, nel 1978, nella comunità fondata l’anno prima dal pratese Rodolfo Fiesoli e dal suo braccio destro Luigi Goffredi, ha spinto il deputato di Forza Italia Stefano Mugnai a scrivere ieri che Mihaela Apostolides potrebbe essere «l’ennesima vittima di quella maledetta setta», cioè quella del Forteto. Mugnai sa di cosa parla perché è stato il presidente della commissione d’inchiesta regionale sul Forteto e ricorda bene il giorno, nel 2012, in cui davanti a lui si presentò Francesco Borgheresi a spiegare quello che succedeva nella comunità.

«Un ragazzone molto semplice e diretto – racconta il deputato – di fatto rifiutato dalla madre in nome della teoria della famiglia funzionale e poi riuscito ad allontanarsi dal Forteto grazie al servizio militare. Era scappato dal luogo fisico, ma nessuno può mai fuggire dalla propria storia».

La storia di Francesco è quella di un bambino che faceva la pipì a letto, e per questo veniva lasciato a dormire al freddo nel corridoio, «con il pigiamino e coi lenzuoli bagnati», come disse lui stesso testimoniando al processo contro Fiesoli e Goffredi, nel fabbraio 2014. Non ce lo mandava la sua madre naturale, Giovanna Leoncini, ex docente universitaria e fedelissima di Fiesoli, ma quella che il guru aveva scelto per lui, Daniela Tardani. Perché al Forteto (che negli anni accolse decine di bambini dati in affidamento dal Tribunale di Firenze) funzionava così: i bambini venivano tolti ai genitori naturali e affidati alle “famiglie funzionali”, erano proibiti i rapporti eterosessuali e incoraggiati quelli omosessuali. Furono pochissimi dunque, solo tre, i bambini nati dentro la comunità, e Francesco fu il primo. Il padre naturale si ribellò al divieto di non poter stare con la moglie, fu malmenato e preferì andarsene.

«Certo, al processo si è parlato di abusi – spiega Stefano Mugnai – ma la violenza peggiore era la mancanza di affetti. Come ho imparato durante i lavori della commissione, è questa la regola di tutte le sette: la desertificazione affettiva, perché è più facile controllare una persona sola. Chi stava lì doveva vivere nel terrore di aver sbagliato qualcosa e la sua sola gratificazione erano le attenzioni del guru».

Francesco Borgheresi è vissuto in questo ambiente fino all’età della ragione e secondo Mugnai ne è stato segnato come i prigionieri di cui parla Platone nel Mito della caverna, quelli che scambiavano le ombre per la realtà: «Lì era tutto ribaltato, il bene si confondeva col male. Chi è cresciuto in quella dimensione ha poi enormi difficoltà a interagire col mondo normale». E a chi ha queste difficoltà, verrebbe da aggiungere, bisognerebbe pensarci due volte prima di mettergli in mano una pistola. Ma la via d’uscita trovata da Francesco è stata l’esercito (in particolare gli Alpini) e lì è rimasto dopo il servizio di leva, collezionando anche alcune missioni all’estero.

Con un chiodo fisso, però, in qualche modo sorprendente alla luce del suo passato: riallacciare i rapporti con la madre naturale che lo aveva affidato al guru. Un sogno che è rimasto tale. Borgheresi, di stanza a Pinerolo, si è fatto trasferire in Toscana e ha provato a rimettersi in contatto con la madre, ma secondo quanto risulta a Stefano Mugnai la risposta è stata un secco no. Ecco perché ora meditava di tornare in Piemonte, in uno stato d’animo non certo equilibrato.

E dunque, quanto ha pesato il passato nella decisione di premere il grilletto? «Borgheresi ha ucciso una persona – taglia corto Mugnai – e per questo dovrà pagare. Detto questo, è difficile che il suo passato non abbia avuto un ruolo in quello che è successo. Come non pensare che quanto accaduto a Cuneo abbia iniziato a prendere forma, ad essere plasmato, negli anni ’70 in Mugello, al Forteto? Come non pensare che quando il male è così forte, scientifico, assiduo, continua come una bomba atomica a sprigionare altro male, altre radiazioni mortali, a distanza di anni e di chilometri da dove è esploso? Come non pensare che tutti coloro che sono passati dal Forteto, vittime e carnefici, anche perché al Forteto spesso si era allo stesso tempo vittime e carnefici, abbiano bisogno di essere aiutati, specie coloro che sono cresciuti dentro quel mondo dove i valori più importanti erano completamente ribaltati?». «Al Forteto, nella tana dell’orco, ce li ha messi lo Stato - commenta Mugnai - E ora è lo Stato che si deve preoccupare di queste persone». 
 

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di Redazione web