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L'epidemiologo: ecco come le mascherine “non chirurgiche” ci tutelano dal virus
Le indossiamo di jeans, cotone, seta, colorate e decorate: ma sono sicure? Lo abbiamo chiesto a Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità esperto di dispositivi di protezione individuale
FIRENZE. Le indossiamo di jeans, cotone, seta, colorate e decorate, scure o sgargianti, come se dovessero raccontare tutte le nostre sfumature emozionali oscurate dalla pandemia. «Mascherine di comunità». Si chiamano così, auto-prodotte, fai-da-te o tessute da sarti e aziende riconvertiti dalla moda alla moda sanitaria. Lo sono anche le Toscana 1, quelle di tessuto non tessuto distribuite dalla Regione ai cittadini attraverso le farmacie. Ma sono sicure? Lo abbiamo chiesto a Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità esperto di dispositivi di protezione individuale.
Professore, che differenza c’è fra una mascherina chirurgica e di comunità?
«La differenza è sostanziale. Le mascherine chirurgiche sono state testate e hanno una documentazione che ne attesta il potere filtrante. Sono concepite per essere utilizzate in ambito sanitario e rispondono alle caratteristiche richieste dalla normativa Ue. Le mascherine di comunità sono tutte quelle non certificate ma con caratteristiche simili e che non possono essere vendute come dispositivi medici».
Hanno la stessa funzione?
«Be’ ce ne sono di diverse fogge e materiali. Ma alcune, come le toscane distribuire ai cittadini, sono state sottoposte a prove specifiche e riconosciute come adeguate allo scopo, e cioè fornire mascherine alla popolazione per abbattere la circolazione del virus, soprattutto se l’uso è combinato al lavaggio frequente delle mani e del distanziamento. Le mascherine di comunità servono a questo, soprattutto negli spazi chiusi».
Ma ci difendono dal virus?
«Proteggono gli altri perché sbarrano la strada alle goccioline che emettiamo quando espiriamo e ci proteggono dalle goccioline che potrebbero arrivare su naso e bocca in autobus o in un bar. Portarle è una grande forma di prevenzione collettiva. Ma non vanno bene ovunque».
Dove?
«Per alcune tipologie di lavoratori non bastano. Per sanitari, parrucchieri e ristoratori, ad esempio, ci sono indicazioni diverse prescritte dai protocolli di sicurezza. I parrucchieri devono usare la chirurgica e mettere la visiera. Per gli estetisti, in caso di procedure che prevedano l’uso di vapore, è indicata la FFP2. Tutto dipende dal livello di rischio».
Quanto proteggono le mascherine di comunità in commercio?
«Difficile dirlo. Alcuni centri di ricerca hanno provato a misurare la capacità di filtraggio di cotone, seta e altre stoffe. Ma è la trama a fare la differenza, non il materiale. Per questo è consigliabile scegliere una mascherina multistrato, confortevole e che permetta una buona respirazione».
Sono lavabili?
«Non le monouso, le altre sì, se fatte con materiale che resiste no al lavaggio a 60 gradi. Ma a volte la protezione viene meno anche solo per il fatto di indossarle male».
Come vanno indossate?
«Devono aderire bene al viso e coprire naso e bocca. Mai lasciare il naso fuori, è come non averla. E attenzione, non vanno toccate davanti, dove possono essere state contaminate. Se lo facciamo, soprattutto se si è stati in ambienti affollati come un bus, bisogna igienizzarsi le mani appena scesi. Tornati a casa, metterle a lavare e poi lavarsi ancora le mani».
Abbiamo scoperto che il virus può trasmettersi anche attraverso l’aerosol, goccioline più piccole di quelle che emettiamo parlando o starnutendo. Queste mascherine non sono sufficienti.
«Vero, ma l’effetto aerosol si genera solo in alcuni casi, ad esempio eseguendo procedure mediche come broncoscopia, ventilazione meccanica o un tampone. Per questo i sanitari nei reparti Covid usano mascherine FFP2 o FFP3 filtranti anche particelle più piccole. Tutto dipende dalle situazioni di rischio. Se dovessi viaggiare in autobus affollato io userei una mascherina certificata e non una fai-da-te».
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