Il Tirreno

Toscana

Che disastro quando sei un ragazzo e ti resta tutto dentro

Tommaso Giani*
Che disastro quando sei un ragazzo e ti resta tutto dentro

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«Prof, ma nella fase due come si farà a baccaglià le bimbe?».

L’interrogativo è di quelli atroci. In effetti tutto, nel prossimo futuro, sembra giocare contro le avance sentimentali dei miei amati ragazzacci del professionale. Loro che con le parole e con le “romanticate” a distanza se la cavano tendenzialmente maluccio. Loro che si scatenano in discoteca, sui campi di calcio, al palio di paese: tutti posti dove puoi far vedere a lei che sei uno tosto, sanguigno, che non ha paura, che si sa muovere; tutti posti che esaltano la fisicità e la prestanza del meccanico, rispetto alle sviolinate e all’erudizione del liceale.

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Peccato però che le serate nei locali, le partite e le contrade saranno – a quanto pare – le ultime rate di socialità che torneranno legali in questo lungo periodo di transizione che ci accompagnerà dal 4 maggio fino alla fine dell’emergenza sanitaria. I ragazzacci lo sanno benissimo. E per questo soffrono. E io soffro insieme a loro. I miei studenti dovranno imparare più di altri loro coetanei a giocare “in trasferta” . Puntare di più sulle conversazioni statiche a tu per tu come campo di gioco per il corteggiamento: videotelefonando, o tra poco anche chiacchierando dal vivo (a distanza di sicurezza) al parco lungo l’Arno; darle appuntamento per raccontare di sé, e poi ascoltare lei, dimostrare curiosità, interesse, empatia.

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Non è facile raccontare chi sei a parole, anziché con la vita vissuta, quando il tuo vocabolario a disposizione è tutt’altro che forbito.

Ho sempre provato a spiegare ai miei ragazzacci che non aver mai letto un libro e quindi non conoscere l’italiano oltre la modalità “sopravvivenza” non è solo un handicap per chi vuol fare l’università, ma è una condanna per chiunque. Anche per loro.

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Che disastro quando hai un’emozione nel cuore (un sentimento, una esperienza bella o triste che hai vissuto) e non trovi le parole per comunicarla. Ti rimane tutto dentro, e immagino quanto questa barriera faccia stare male, quanto faccia sentire solo. Spero allora che questo periodo di distanziamento fisico, in cui le parole sono ancora più importanti per corteggiare e per comunicare agli altri quello che si è, diano finalmente ai miei ragazzacci il coraggio di affrontare la lettura di un romanzo e di riaprire il loro rapporto con il linguaggio, considerando l’italiano non più una prigione scolastica ma una strada di libertà. Se almeno alcuni di loro imboccheranno questa strada difficilissima e appassionante, io sarò onorato di far loro da guida e da fratello maggiore.

*diacono, insegnante istituto Cecchi Fucecchio
 

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