Gioco
Addio al principe Nicola Caracciolo giornalista e ambientalista combattente
Scomparso a 88 anni a Roma, ma la sua casa ormai era a Capalbio: salvò la Maremma minacciata dalla centrale nucleare Il ricordo dell’amico Furio Colombo: «Aspettavo la sua telefonata: per lui il 25 aprile era una delle giornate più importanti»
il ricordo
ELISABETTA GIORGI
Ieri, come sempre per ogni 25 aprile, l’amico fraterno Furio Colombo aspettava la sua telefonata di rito. Invece gli è piombata addosso la notizia della morte. Lui e Nicola Caracciolo erano amici da 60 anni.
«Con Nicola – dice angosciato dalla notizia – ci saremmo sentiti per telefono oggi (ieri, ndr). O io avrei chiamato lui o lui avrebbe chiamato me. Il 25 aprile era una delle giornate più importanti della sua vita, la sua morte mi colpisce profondamente».
Per Caracciolo, 88 anni, la fine è arrivata di notte in clinica a Roma. Storico e giornalista, il “principe degli ambientalisti” dalle origini nobili e dai modi gentili si era distinto per tante e tenaci battaglie al fianco della gente. Sul campo. Uomo coltissimo, spirito libero e dotato di grande umanità, da giornalista rischiò la fucilazione in Algeria e come ambientalista (è stato presidente onorario di Italia Nostra) ha lottato fino all’ultimo per Capalbio dov’era residente. La battaglia contro l’autostrada Tirrenica l’ha accompagnato fino a due mesi fa; l’ultima sua nota stampa risale al 20 febbraio. Prima ancora c’è stata la lotta contro la centrale nucleare di Montalto di Castro. E accanto a lui, su un binario vicino, ha sempre viaggiato l’amico Colombo, suo coetaneo classe 1931 (Furio era nato a gennaio, Nicola a maggio), con cui il legame viscerale nacque tra la fine degli anni’50 e l’inizio dei’60.
«Io e Nicola ci conoscemmo – racconta Furio Colombo – nel periodo in cui eravamo entrambi giovani giornalisti negli Stati Uniti. Ci fece incontrare sua sorella Marella (poi moglie di Gianni Agnelli, ndr): “Sai che ho un fratello giornalista?” mi fece. E da allora non ci siamo più allontanati. Per “La Stampa” Nicola era corrispondente da Washington, mentre a New York io dirigevo la Olivetti americana e scrivevo per “Il Mondo”. Ci vedevamo spesso in America, ai tempi della sua prima famiglia e moglie Judith Trenholme che dette alla luce la sua prima figlia Marella, poi diventata autrice di talento e moglie del pittore Sandro Chia. Il nostro legame è stato antico e profondo e non si è interrotto mai. Era naturale e inevitabile cercarci. “Cosa fai? ”, “Come stai? ”. Dopo il periodo americano Nicola lavorò per un periodo in Rai. Io ero direttore di programmi culturali e lui uno dei miei registi e autori. Amatissimo dalle troupe. Poi anche Capalbio ci ha messi vicini».
Come storico e documentarista, Nicola è indicato come un autore e regista eccellente e di notevole spessore, «il più preciso e bravo», dice Colombo. Ha indagato a fondo gli orrori del nazifascismo. «I materiali ricavati sulla rivolta dei diplomatici italiani contro le leggi razziali e sulla ricerca dei passaporti di salvezza agli ebrei italiani in molti luoghi del mondo a cominciare da Grecia e dalla ex Jugoslavia sono classici della storia in tivù, che lui realizzava consultando personalmente le testimonianze dei sopravvissuti».
Ci fu un episodio importante, durante la guerra di Algeria che vide Nicola Caracciolo sul campo come giornalista della Stampa, tra gli anni ’50 e i primi anni ’60. «Nicola scrisse a proposito del generale Jacques Massu che era un torturatore e un persecutore dei ribelli algerini, come fu. Per questo fu arrestato, ebbe una condanna militare e fu messo al muro per essere fucilato. C’era il plotone di esecuzione già pronto per lui, ma per fortuna fu salvato in extremis dal console italiano che arrivò in tempo a far sapere che il nostro Governo italiano considerava ostile un atto del genere. Questo episodio l’ha reso leggendario nel mondo giornalistico europeo. I giornalisti corrono molte avventure, ma raramente finiscono al muro e stanno per essere fucilati».
Sul fronte ambientale, la principale battaglia di Nicola è stata quella di Montalto, per impedire l’energia nucleare in Maremma. «Una grande vittoria perché nessuno gli diceva che sarebbe andata bene, ma lui volle andare avanti lo stesso. A Capalbio la lotta contro l’autostrada non si è chiusa, anche se tutti i punti su cui lui si è battuto sono stati segnati. Per veder vinta questa partita Nicola avrebbe dovuto vivere 120 anni. L’autostrada in Maremma scompare e ricompare sempre… Esce dalle priorità e poi qualcuno ce la rimette. Ha molti aspetti di mistero e follia su cui Nicola si è battuto». Senza timori.
«Mentre tanti altri si defilavano perché non avevano voglia di avvocati o processi, lui era in prima linea. Ed è sempre stato un intellettuale di sinistra. Anche questo ci ha legati. Non il legame a un partito che non è mai stato tipico né di lui né di me, ma il legame con l’antifascismo e con la Resistenza».
L’antifascismo fu respirato fin da subito, in famiglia, fino a diventare il tema principale della sua attività di storico. La madre era Margaret Clarke, americana dell’Illinois, mentre il padre Filippo Caracciolo era il Principe di Castagneto e Duca di Melito, nato a inizio secolo nella città partenopea e che divenne un convinto e nobile antifascista. Dal matrimonio nacquero Marella, Carlo Caracciolo (l’editore) e Nicola, oggi tutti e tre scomparsi. «Una famiglia, quella dei Caracciolo, che ha lasciato un segno profondo nella società – la descrive Colombo – creando un ambito della borghesia italiana piuttosto insolito che gli americani chiamerebbero liberal. E lui, Nicola si è distinto per essere decisamente più liberal». Tutti e tre i fratelli si sono voluti molto bene. «Il rapporto è sempre stato strettissimo, di grande e reciproco affetto», dice anche Jacaranda Caracciolo, la nipote, figlia di Carlo. Sul piano sentimentale, dopo la rottura del primo matrimonio tra Nicola e con Judith, la seconda moglie è Rossella Sleiter, personaggio importante del giornalismo italiano da cui ha avuto un figlio, Filippo, morto nel 2003 per una malattia. Nicola e Rossella hanno adorato Garavicchio. «Lui ha voluto risiedere lì – dice Furio Colombo – perché interloquiva continuamente sulle questioni ambientali del paese e voleva poterne parlare non da villeggiante ma da cittadino».
Nicola amava gli animali e passeggiare al mare e in campagna. Era un nonno affettuoso. È stato uomo «di lettere, di scrittura e lettura». Lo dice Jacaranda e lo conferma Colombo. La sua biblioteca a Garavicchio (ma anche a Roma) è sempre stata sul punto di esplodere per la quantità di libri. «Era un uomo gentile e conscio del fatto che essendo stato privilegiato per via delle origini toccava a lui per primo essere più attento in qualunque rapporto umano. Ma non doveva sforzarsi perché gli era naturale. E soprattutto – conclude l’amico – è stato un uomo che ha avuto il coraggio di dire cose vere». —
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