Gioco
Quella foto scattata ai partigiani con la Leica di un tedesco
Un'immagine bellissima, significativa. Con una storia altrettanto significativa
Celebrare la Liberazione significa anche coltivare la memoria: i fatti, le persone. Questo articolo è uscito sul Tirreno il 2 ottobre 2015. Parla di valori, di storia, di libertà. L’ha scritto Corrado Benzio, nostro collega e maestro, nostro grande amico, che purtroppo non c’è più. Lo pubblichiamo a simbolo e a ricordo di tutti i giornalisti del Tirreno che ci hanno lasciato. Perché il questo giornale è una comunità, un vento di impegno e di coraggio che prescinde dalle singole esistenze.
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Una foto bellissima, significativa. Con una storia altrettanto significativa. Sono i partigiani della Brigata Garibaldi. In primo piano, mentre si volta verso l’obbiettivo, c’è Giorgio Mori, l’ex partigiano 93enne che ci ha onorato della sua presenza alla presentazione dei Giorni della Libertà all’hotel Eden. Mori è alto, aitante, capelli folti, bello – si sarebbe detto un tempo – come un attore del cinema. È la foto potrebbe assomigliare ad una scena di Terra e libertà, il celebre film di Ken Loach sulla lotta della Spagna antifascista contro Franco.
Ecco la storia di quello scatto. Nardo Dunchi, mitico comandante partigiano, prima in Piemonte (dove fu sorpreso ufficiale degli alpini dall’8 settembre 1943) poi in Toscana, trova una macchina fotografica nel bagaglio di una soldato della Wehrmacht ucciso in combattimento. È una Leica, mito dell’industria tedesca.
La macchina è danneggiata, ma Dunchi – come è nel suo costume – non si perde d’animo. Riesce a recuperare due pezzi ed aggiustarla. Ma sorge un altro, quasi insormontabile problema. Trovare la pellicola. Non ce n’è. Non c’è da mangiare, figuriamoci se si trova pellicola e carta per stampare. Da ricordare che Roma Città Aperta fu girata – era il 1945 con la Capitale appena liberata – con i metri di pellicola contati che i cinematografari dell’epoca fornivano giorno per giorno a Roberto Rossellini recuperandola nei magazzini o elemosinandola agli operatori alleati, che ne avevano in abbondanza.
Dunchi alla fine trova anche la pellicola e inizia gli scatti. Le foto raccontano di una storia tutta particolare, quella dei partigiani apuani e – in particolare – quella di Giorgio Mori.
I partigiani sono quelli che a luglio 1944 scendono in appoggio alle donne di Carrara per evitare l’esecuzione dell’ordine di sfollamento deciso dal comando tedesco. Poi ritornano in città a novembre, la occupano militarmente, disarmando i tedeschi. Non è facile controllare Carrara piena di sfollati (si parla di 100mila persone, il doppio della popolazione residente) ma i partigiani ci riescono. Il problema è che loro hanno fatto il colpo di mano per sollecitare gli Alleati ad avanzare. Vedete – è il messaggio – la città è libera. Basterebbe un piccola spallata per far cadere la linea Gotica. Ma così non avverrà. Alexander, comandante alleato, conferma il suo no ad operazioni invernali. Alla fine i partigiani comunisti trattano una sorta di armistizio coi tedeschi.
Fra le varie cose, importantissima, ottengono che alla popolazione venga dato più cibo. Falso il fatto che i tedeschi siano rientrati in città con tanta di parata. Altrettanto falso che i partigiani avessero un accordo con gli Alleati che gli americani non avrebbero rispettato. Per la Liberazione di Massa dovremo aspettare l’aprile 1945.
È la storia di Giorgio Mori. Qui la conoscono un po’ tutti. Andrebbe fatta conoscere fuori di qui. Partigiano combattente a fine guerra trovò, non senta difficoltà un lavoro in una fabbrica di Carrara. Ma al primo sciopero fu cacciato, licenziato. I tempi erano quelli. Lui capì che il clima era cambiato e andò a lavorare, come tanti altri italiani, in Belgio, nelle famigerate miniere di carbone.
Dovette emigrare lui che avrebbe dovuto essere trattato da eroe. Intanto gli ex fascisti tornavano al lavoro e soprattutto al potere.
Mori ci lavorò 11 anni in Belgio. Scampo alla tragedia del Boiz de Cazieres, in Italia conosciuta come Marcinelle, dove morirono centina di italiani in fondo alla miniera. Ma toccò anche a lui andare nelle viscere della terra a recuperare i poveri corpi dei suoi compagni.
Poi è tornato in Italia e da anni va nelle scuole a ricordare l’epopea dei partigiani, soprattutto a ricordare che la memoria non va dimenticata, negata, ma coltivata.
Per questo Giorgio Mori continua ad andare nelle scuole a raccontare cosa fu la guerra. Cosa fu essere partigiano, ma soprattutto cosa fu essere Giorgio Mori. Un uomo che non si è mai piegato. O meglio si piegava quando entrava nei cunicoli della miniera a spalare carbone. Ma mai di fronte ad un uomo. Tantomeno di fronte ad un nemico, si chiamasse pure ingiustizia.
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