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Da figlio di contadini a mito della tavola Sirio, il ristoratore del sogno americano

Irene arquint
Da figlio di contadini a mito della tavola Sirio, il ristoratore del sogno americano

Nella sua Montecatini è morto Maccioni, imperatore del business della cucina nella seconda metà del ’900: per mangiare nel suo Le Cirque a New York bisognava aspettare mesi. Da Naomi Campbell a Malkovich volevano tutti un tavolo

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il personaggio

Irene arquint

Se ne è andato il maestro della sala, il Bocuse della sommellerie, il Mastroianni del servizio, il domatore del grande circo della ristorazione. L’uomo che ha fatto dello stile il segreto del suo immenso successo. Sirio Maccioni è morto. È successo anche a lui, a 88 anni, anche se nessuno lo credeva possibile. È successo quando e come lo ha deciso lui, ma è accaduto.

Partito con una valigia di cartone dalla zona sud di Montecatini Terme, ha incantato gli attori più sfavillanti di Hollywood. Lui, bello come John Wayne, anzi di più - gli assomigliava molto - partito con niente sulle orme di Yves Montand (al secolo Ivo Livi, anche lui della Valdinievole), è diventato uno fra i ristoratori più celebri e ricercati del mondo. Negli anni d'oro dei suoi locali, a New York la lista d'attesa per un tavolo era di sei mesi.



Ha servito le donne più belle, quando negli anni Ottanta dire Naomi Campbell o Cindy Crawford era sinonimo di eleganza e successo. E di paparazzi. Tutte passate dal suo Le Cirque, poco attratte dal menu a dire il vero, quanto piuttosto dal prestigio di quel luogo frequentato da imprenditori con nutriti portafogli e da politici con al seguito la valigetta che in un solo gesto decide le sorti del pianeta. Non c’è infatti presidente degli Usa che non gli abbia stretto la mano. Richard Nixon che abitava poco distante ma che aveva eletto il suo locale come base per rinverdire l’immagine pubblica dopo il disastro Watergate. Jimmy Carter, Ronald Reagan simbolo, quest’ultimo, di un mondo edonistico che nel locale adiacente il Mayfair Regency Hotel trovava la sua apoteosi. E poi Bill Clinton, il sindaco di New York Rudolph Giuliani (come Maccioni e Montand di origini valdinievoline), persino Papa Wojtyla. Insomma tutti, ma proprio tutti sono passati da qui: Jacqueline Kennedy e Aristotele Onassis, regnanti, Woody Allen che tanto amava la frittura mista, Robert De Niro appassionato delle ricette della moglie di Sirio, la bellissima cantante di lirica Egidiana, da cui Sirio ha avuto tre figli: Mario, Marco e Mauro.



Da Italiano ha incarnato il sogno americano, senza mai dimenticarsi da dove venisse e anzi facendosi ambasciatore della propria terra d’origine. Di cui fu sempre innamorato. Nei prodotti (ricordiamo il lardo di Colonnata nascosto in valigia per passare la dogana) e nei colleghi. «Sono un povero figlio di contadini toscani – rammentava spesso – e ho lavorato sempre duro». Ecco perché non sopportava quei ragazzi che pensano di avere vita facile.



E non si è mai risparmiato neppure nel dare una mano ai conterranei, ospitati spesso a fare gavetta in cucina o in sala. Partendo dalle basi, dal pelare le patate o dallo studiare la carta dei vini durante la notte, nei momenti di pausa dal servizio. «Perché è nell’esperienza che si cresce» era solito ammonire, con quella flemma che ha poco del toscano ma aveva tanto dell’uomo di stile e di esperienza. Sempre con il sorriso in volto, accogliente ma discreto. Un sorriso che ha fatto scuola e che adesso faticheremmo a immaginare sepolto dietro una mascherina. «Perché il cliente è una persona a cui far vivere un’esperienza» ci raccontò in un lontano 1998 indicandoci un tavolo poco distante da John Malkovich. E quanto si pavoneggiava, quella sera, un giovane possidente texano in compagnia della sua signora, mescolando il rinomato branzino al forno a un succulento filetto di manzo. Perché gli Americani a tavola sono capaci di mescolare l’impossibile, anche se oggi un po’ meno, proprio grazie a Maccioni che ha sempre messo al primo posto il cliente, chiunque fosse, detestando la moda degli chef star.



Maccioni del resto era un cuoco che preferiva la freschezza di uno spaghetto primavera a base di verdure, fra le quali non potevano assolutamente mancare pisellini freschi, zucchine ed asparagi. Celeberrima ricetta della seconda metà degli anni Settanta, che la leggenda vuole messa in piedi dallo stesso Sirio durante un viaggio con dei giornalisti a Prince Edward Island, piccola isola canadese in cui si va ben poco al di là di aragoste e cinghiale. Piatto mai inserito in carta per la riluttanza al consumo di pasta lunga dei cuochi francesi a capo della cucina, bensì preparato alla lampada da Maccioni in persona.



Ma il vero piatto icona di Le Cirque resta la creme brulèe, la cui ricetta è stata pubblicata dal New York Times ed è stata inserita in carta dal padre della Nouvelle Cuisine Paul Bocuse “al modo di Le Cirque di Maccioni”. Sirio Maccioni che nasce montecatinese il 5 aprile del 1932 e tale muore, all’età di 88 anni. Dopo avere fatto da maestro a tanti suoi colleghi.



Lascia giovanissimo la Toscana per sfuggire ad un futuro di povertà, approdando dapprima al Florence di Parigi dove stringe amicizia con Yves Montand e l’allora fidanzata Edith Piaf. Grazie a Montand viene assunto al Plaza Athénée, dopodiché passa da Maxim’s. In America arriva negli anni Cinquanta e nel 1974 apre il primo Le Cirque al Mayfair Hotel, nel cuore di Manhattan, sulla Sessantacinquesima. È subito successo. Quando alla fine degli anni 90 l’edificio viene demolito, si trasferisce al piano terra della Villarde Houses sulla Madison Avenue, vecchia residenza dell’arcivescovo di New York, confinante con l’hotel Palace (di proprietà del sultano del Brunei, altro suo grande estimatore) e lo chiama Le Cirque 2000. Infine, con il nuovo millennio, apre il nuovo Le Cirque nel Bloomberg Building. Nella storia ci stanno le cena a casa a Montecatini, dove non mancava mai di trascorrere l’estate intera, accogliendo fra gli amici i clienti di New York.



Due fra tutti Woody Allen, estimatore del pollo fritto di Egidiana e Robert De Niro. A quest'ultimo, grazie all’amico (gli dedicherà un capitolo della sua biografia My Way) e professionista della comunicazione Gianni Mercatali, organizzò una festa di compleanno passata anch’essa alla storia. Fu una sorpresa, quella che il Jake LaMotta di Toro Scatenato, il Vito Corleone de Il Padrino, fece a Maccioni scegliendo la residenza italiana come location per onorare i 60 anni. Altrettanto quella che Mercatali il 17 agosto 2003 fece a Maccioni e a De Niro, presentandosi con Andrea Bocelli che cantò per il festeggiato. Tre canzoni, una delle quali duettando con la moglie di Sirio, Egidiana, grande anima del successo del marito il quale era solito definirla la “migliore cuoca del mondo”. —

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