Il Tirreno

Toscana

1918-21, quei tre anni della “spagnola” che sconvolsero anche la toscana

Enrico Mannari

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In questi giorni di silenzio “sospeso” mi è capitato, come probabilmente sarà accaduto ad altri, di ripensare a diversi aspetti della mia vita, anche a piccoli frammenti di ricordi lontani nel tempo.

Ecco che le cronache di questi giorni tristi hanno fatto riaffiorare alla mia memoria una parola che avevo sentito nei racconti di mio nonno quando ero piccolino: la “spagnola”.

Nei suoi racconti questa parola assumeva toni quasi favolistici, “distopici”, poiché a causa di questa epidemia erano morti tanti suoi parenti. E mentre riflettevo a questo piccolissimo frammento di cronaca familiare, ecco che uno storico dell’Università di Firenze, Roberto Bianchi, ha scritto una bella riflessione su questa pandemia del Novecento e che invito a leggere sul blog Amici di Passato e Presente.

Bianchi ha ragioni da vendere quando rileva una sorta di rimozione di quella epidemia, sia nella memoria pubblica e istituzionale che in tanta parte di libri di storia contemporanea, come in piccola parte ho potuto verificare anche io.

Viene da chiedersi come sia stato possibile che un evento così drammatico sia quasi scomparso dalla memoria collettiva. Tanto che ancora ne sappiamo poco e «dobbiamo fare i conti con stime e cifre approssimative, discusse e discutibili. Non sappiamo di preciso quanti morti causò, quante persone furono contagiate, quando e dove iniziò, quando e dove si concluse l’ultima delle sue parabole, che nel loro insieme forse cessarono solo tre anni dopo l’esplosione del primo focolaio (imponendo quindi il suo fardello dal 1918 al 1921). Di sicuro c’è solo che la spagnola non si originò in Spagna e che fu causata da un virus che all’epoca era sconosciuto, e che così sarebbe rimasto per molto tempo».

Una tra le poche ricostruzioni storiche che vi hanno dedicato il giusto spazio, riguarda proprio la Toscana, una delle regioni più colpite dall’epidemia.

Si tratta di un saggio sulla Grande Guerra lontano dal fronte, scritto nel 1986 dalla storica Simonetta Soldani per il volume sulla Toscana della Storia d’Italia Einaudi, curato da Giorgio Mori.

Qui, alle “Probabilità di vita e probabilità di morte nella Toscana in guerra”, come ricorda Bianchi nelle sue riflessioni, è dedicato quasi un quinto della pagine che compongono l’insieme del testo e che dimostrano come «fu senza dubbio la “spagnola” a determinare uno sconquasso di tali proporzioni e, più in generale, a spingere verso l’alto gli indici complessivi di supermortalità», e quindi a determinare alcuni tratti fondamentali del dopoguerra: proprio per questo, la fine della guerra «non è rimasta associata a immagini gioiose e a tripudi di folle nelle strade. L’esultanza fu, naturalmente, enorme. Ma la Vittoria nasceva già “mutilata” dalla falce della desolazione, della paura, del lutto che stava seminando panico nell’Italia intera».

Credo che eventi epocali e sconvolgenti quale quello che stiamo attraversando proprio in queste settimane, ci sollecitino anche a ripensare la storia del mondo contemporaneo, dando nuova luce alle tante memorie disperse e al rapporto tra storia degli uomini e natura.

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