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L'onore della sofferenza: il nostro ricordo delle vittime toscane del coronavirus

Fabrizio Brancoli
L'onore della sofferenza: il nostro ricordo delle vittime toscane del coronavirus

Ora corriamo il rischio di assuefarci ai bollettini, ai grafici curvati che nascondono le persone. Restituiamoci il lutto, proviamo insieme l’onore della sofferenza

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Uno strano freddo, cattivo e tossico, mi percorre mentre leggo che in Italia ci sono stati più di diecimila morti. Non so spiegare questo gelo, che aggredisce le mie mani e mi strazia, silente. Giorni fa ho scoperto me stesso a commettere un’aberrazione: era stato annunciato un dato quotidiano di oltre seicento vittime e io ero contento. Oltre seicento persone morte mi avevano fatto pensare a una buona notizia. Un’oscenità. Me ne vergogno. È la devastante relatività di questo incubo: in confronto all’angoscia pandemica ci aggrappiamo alla controtendenza, seicento sono meno di settecento. 
 
Noi giornalisti, negli ultimi decenni, abbiamo raccontato disastri che coinvolgevano decine di persone, talvolta centinaia, aprendo il vocabolario del dolore e della rabbia; ora non sappiamo trovare un lessico, una misura per questa cosa immane. E se in passato quelle tragedie le abbiamo semplicemente seguite, pur in grande empatia con le vittime, oggi c’è differenza perché la quarta parete è caduta: siamo narratori e protagonisti. Ognuno di noi sta rischiando qualcosa, per sé e per gli altri. 
 
L’iconografia delle paure e delle speranze cresce ogni giorno: la solitudine piovosa del papa nell’immensità di piazza San Pietro, la voce di Mattarella, i disegni dei bambini, le bare di Bergamo, i modelli da riempire, i vescovi da soli nei cimiteri, le code ai negozi, il deserto delle città, gli occhi infossati dietro le mascherine. O le sirene delle macchine delle forze dell’ordine, che a Livorno si schierano in blocco davanti all’ospedale, scendono dalle auto e si mettono sull’attenti davanti a medici e infermieri.
 
Scorro l’algebra spiazzante del nostro tempo: i numeri declinati così, per migliaia, rimuovono ogni punto di appoggio. Tutto frana e non siamo preparati, non avremmo potuto esserlo. Ora corriamo il rischio di assuefarci ai bollettini, ai grafici curvati che nascondono le persone. Restituiamoci il lutto, proviamo insieme l’onore della sofferenza.
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