Sicurezza
Rimettere i soldi in tasca agli italiani: servono soluzioni straordinarie
Il decreto Cura Italia rappresenta una boccata d'ossigeno ma suscita diverse perplessità perché sembra scritto per superare un breve shock
Il decreto Cura Italia rappresenta una boccata d'ossigeno ma suscita diverse perplessità perché sembra scritto per superare un breve shock dopo il quale si torna alla normalità. Purtroppo è molto difficile che sia questo lo scenario più probabile: siamo entrati in una lunga fase straordinaria che ha bisogno, subito, di misure straordinarie. Il breve rinvio delle scadenze fiscali, il credito d'imposta, i bonus da 500-600 euro, il ricorso ad un fondo crediti hanno senso se si produce reddito e se i tempi della crisi sono brevi. Nel caso invece di un blocco protratto, il principale problema del sistema paese sarà la carenza di liquidità per una porzione significativa della popolazione italiana.
Per evitare ciò servirebbe, subito, un ampio ricorso da parte dello Stato italiano al Mes, privo delle ormai inutili condizioni vessatorie, abbinato alla potenza di fuoco della Bce, attraverso Bankitalia e, se necessario, non solo attraverso essa. E’ indispensabile, per un periodo emergenziale, un indebitamento pubblico finanziato da Mes e Bce. Ottenuto un simile intervento, che bloccherebbe subito gli spread, serve una nuova legge di bilancio, straordinaria, fatta con un megadecreto che metta risorse nelle mani degli italiani, imprese, famiglie e enti locali.
Non è pensabile che la chiusura di un paese si possa fare, mantenendo una legge di bilancio scritta, rapidamente, in un'era passata, così come non possono reggere bilanci di enti locali stesi prima dell'epidemia. Debito pubblico, circolazione monetaria, carico fiscale, produzione di reddito debbono avere, in questa nuova fase, una nuova declinazione, passata la quale si troveranno i modi per definire meglio i nuovi concetti e i nuovi strumenti economici. Ma ora pensare con le categorie di due mesi fa significa affondare. Peraltro, ciò che vale ora per l'Italia, tra pochissimo varrà per altri paesi.
Di fronte alla pandemia occorre l'isolamento, ma non l'isolazionismo. Sono mesi che i leader delle principali economie del pianeta, paradossalmente fatta eccezione per la Cina, invocano protezionismo, celebrano e minacciano l'autosufficienza dei propri sistemi produttivi e finanziari. Una volta esploso il contagio, molti di quegli stessi leader hanno dichiarato di voler blindare i loro paesi, bloccando merci e traffici, senza prendere peraltro misure sanitarie. E' naturale che ora, quando tardivamente, la Fed, la Bce e il Fondo Monetario dichiarano di voler inondare il pianeta di liquidità, i mercati finanziari e monetari non reagiscano e continuino a bruciare centinaia di miliardi di dollari e di euro. Immaginare di affrontare la pandemia con singole soluzioni nazionali è folle e, dunque, diventano inevitabili il tracollo delle borse e l'isteria generalizzata.
Forse, di nuovo, sarebbe meglio definire una linea comune in grado di tenere insieme almeno gran parte delle economie mondiali, superando gli isolazionismi e, magari, chiudere per 15 giorni le borse in maniera da bloccare speculazioni ribassiste, vendite allo scoperto e amenità simili. Occorrerebbe, nella stessa ottica, anche un diverso ruolo delle istituzioni internazionali. Nel pieno della più grande crisi sanitaria ed economica almeno dalla seconda guerra mondiale, il G7 si è praticamente dissolto. Ma è possibile che questo organismo non senta il dovere di reagire? Perché non si stabilisce una strategia condivisa che affronti in modo unitario gli effetti tragici di questa situazione? Forse, la domanda è retorica e mal posta, dal momento che gli Stati Uniti sono guidati da Trump e l'Inghilterra da Johnson, convinti fautori di tesi stravaganti in materia sanitaria e autoreferenti in tema economico, mentre la Francia di Macron e il Canada di Trudeau, paiono incapaci di accettare fino in fondo la gravità della pandemia. Il Giappone, invece, sembra essere riuscito ad arginarla e non vuole in alcun modo mettere a repentaglio yen e Olimpiadi. Ognuno va drammaticamente per la sua strada, dimostrando che la stagione della collaborazione internazionale è finita nel momento peggiore. O forse, non è mai veramente esistita.
Intanto, l'epidemia ha cambiato e cambierà il nostro modo di vita in maniera non episodica. Dovremo ripensare rapidamente le nostre città; se diventeranno sconsigliati spostamenti e assembramenti avremo bisogno di una nuova rete urbana fatta di negozi di prossimità, di una struttura di servizi a dimensione di quartiere, di piccoli spostamenti e di tanto smart working e insegnamento on line. In pratica pare che serva, oltre ad una politica globale comune, un nuovo localismo digitale.
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