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Coronavirus, l'igienista sulla sicurezza al lavoro: «Controlli agli ingressi, ma non serve fermare la produzione»

Mario Neri
Coronavirus, l'igienista sulla sicurezza al lavoro: «Controlli agli ingressi, ma non serve fermare la produzione»

Gaetano Privitera, primario di Igiene e epidemiologia a Pisa: non si può rispettare la distanza di 1 metro ovunque, meglio fare attenzione a pulizia e sintomi 

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PISA. Che si tratti di stare in catena di montaggio o negli spazi più angusti di un cantiere navale, dice Gaetano Privitera, ordinario all’università di Pisa e primario di Igiene e epidemiologia a Cisanello, le misure di prevenzione sono le stesse, attengono «alla responsabilità individuale e generale». E attenzione: «non in ogni settore si può pretendere che si rispetti la famosa distanza di un metro di sicurezza». Perché, dice Privitera, uno degli esperti chiamati dall’Istituto superiore di Sanità a elaborare misure per il controllo dell’infezione da Covid-19, «non si può aggiungere a una crisi sanitaria anche una crisi sociale».

​Professore, molti lavoratori in Toscana scioperano perché temono la diffusione del coronavirus negli stabilimenti, soprattutto dove le aziende sembrano faticare a rispettare le distanze di sicurezza e fornire protezioni.


«Non c’è un rischio diverso di diffusione del contagio fra comparti produttivi. Non è differente se lavori in uno stabilimento di auto o se fai l’operaio per una fabbrica di camper. E la vera protezione è semmai l’astensione dal lavoro per le persone sintomatiche o che abbiano avuto contatti sospetti».

Quindi non fa differenza dove si lavora?

«Camper o catena di montaggio, è una distinzione fuorviante. Sarebbe più utile verificare le condizioni di salute degli lavoratori all’ingresso, come si fa negli ospedali o come si è fatto negli aeroporti. Dove possibile, per le aziende che ci riescono anche misurando la febbre, oppure chiedendo a chi entra come sta. Se ha tosse o sente malessere. Guardi, non è che le condizioni di lavoro comportino un rischio, il rischio è di allargare la crisi sanitaria che stiamo vivendo in Lombardia e al nord anche alla Toscana. Per ora abbiamo ancora la possibilità di sfruttare al meglio le misure quarantenarie varate dal governo, possono funzionare».

Ci sarà pure una differenza fra lavorare in uno spazio ampio o in un luogo angusto come un camper, anche solo per l’effetto aerosol?

«È un esempio estremo, e un conto è lavorare in uno spazio da cui si può entrare e uscire spesso, un altro assembrati in un posto per un’ora. Dobbiamo cercare di essere razionali. Non possiamo aggiungere una crisi sociale a una crisi sanitaria. E per è prevenire quest’ultima servono comportamenti responsabili».

Ad esempio?

«Niente spazi pubblici e assembramenti, meglio non prendere mezzi di trasporto o andare al lavoro se si hanno sintomi o se si è stati in contatto con familiari in quarantena a domicilio o con sospetti positivi perché sintomatici e entrati in contatto con contagiati. D’altronde non si possono fermare tutte le filiere produttive, abbiamo tutti una responsabilità di mantenere il Paese in funzione. Altrimenti, per paradosso, anche le fabbriche che producono mascherine dovrebbero chiudere».

Quindi guai chiudere le fabbriche?

«È essenziale che in condizioni di sicurezza il Paese giri. In Cina hanno fermato una regione da 60 milioni di abitanti, ma il resto del paese ha continuato a funzionare. L’Italia deve contare sulle proprie forze mantenendo le precauzioni prese dal governo. Che, intendiamoci, sono importanti».

Quindi se sono un operaio o un addetto della Coop posso lavorare e non mantenere la distanza di un metro?

«È chiaro che è una misura proposta a tutti, come lo smartworking, ma non sempre si riesce a realizzare. Se il tuo mestiere è avvitare bulloni è difficile tu possa farlo da casa. E se è una funzione fondamentale per il Paese, non puoi fermarla».

Nei supermercati alimentari i lavoratori chiedono distanziatori alle case e ai banconi.

«Ma come si fa? Vedo anche un uso diffuso di mascherine chirurgiche e guanti... L’importante è che le persone sintomatiche non vadano a lavorare. E mi pare che le catene di supermercati stiano facendo la loro parte: contingentano gli ingressi, hanno rafforzato la pulizia delle superfici come manubri dei carrelli, bilance e casse. L’igiene è fondamentale: lavarsi le mani e pulire pulire pulire, a casa e al lavoro. Ma a volte le persone sono contraddittorie. Lo vedo con i sanitari: chiedono di poter osservare la distanza di sicurezza dal paziente, poi fanno le riunioni tutti appiccicati. Giusto esigere che i datori di lavoro rispettino le norme di sicurezza, ma sapendo che i primi a dover essere responsabili siamo noi». 
 

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