Gioco
"Siamo noi la trincea contro il coronavirus": medici sfiniti e con la paura di un errore fatale
Turni senza fine, il corpo svanito sotto protezioni soffocanti. La svestizione a coppie per non sbagliare neanche un gesto
PISA. Ogni giorno che passa è un giorno in più nell’orbita di Covid-19, uno in meno a contatto col mondo. Ché in fondo sembrano un po’tutti astronauti, bardati come sono. Quasi irriconoscibili, quasi tutti uguali, come se la frontiera su cui sono schierati per proteggersi e proteggerci fosse in uno spazio lontano. «Mio babbo vive da solo, ma ho paura di andarlo a trovare. Ogni volta che esco dall’ospedale temo di essermi pulito e disinfettato eppure di essere ancora “sporco” del virus con cui potrei abbracciarlo. Così, da qualche settimana non vado».
Perché se sei fra quelli in prima linea, dice Massimo Micheli, 38 anni, medico a Cisanello, da una ventina di giorni uno dei 30 dottori e 50 infermieri che si alternano fra zona Covid e zona No Covid del pronto soccorso, a fine turno, magari esausto, coi lividi della mascherina sul volto, la pelle bruciata sulle mani, i muscoli rotti dal caldo a cui ti costringe il doppio strato di protezioni con cui devi passare ore, non riesci a tornare a casa tirando un sospiro di sollievo. «Fiuuuh, è stata dura ma per oggi è finita». No. Essere uno di loro, lavorare in un reparto o in una terapia intensiva Covid-19, significa avere «la sensazione perpetua di perdere pezzi di vita», ha scritto nel suo post Martina Benedetti, infermiera in rianimazione all’ospedale di Massa. Anche lei, finito il lavoro, s’è fotografata come stanno facendo molti professionisti della sanità in una sorta di epopea della lotta al virus.
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Se ne stanno lì, si incrociano in corsia, lo sguardo incredulo, impaurito, teso, senza mai avvicinarsi, perché Covid-19 potrebbe insinuarsi ovunque, sul ciuffo di capelli rimasto accidentalmente fuori dalla cuffia, in una fenditura invisibile lasciata su un bordo della mascherina. «Mi sembra di vivere un film. Ci sarà un lieto fine solo se rispettiamo le norme. Quindi state a casa, rispetate le distanze di sicurezza», ha scritto un operatore della terapia intensiva del San Luca di Lucca postando la foto di gruppo. Medici e infermieri con le tute reggono ognuno una lettera e formano l'hashtag di queste ore #andràtuttobene.
Si fotografano e postano le foto. E non è esibizionismo ma una richiesta di aiuto. «Ho pautra di andare a lavoro, ma continuerò a farlo, non vanificate i nostri sforzi, state a casa», ha postato su Instagram Alessia Bonari, infermiera a Grosseto mostrando il volto segnato. Sulle guance i lividi lasciati dagli occhiali anti-contaminazione. La pelle arsa dal sudore. Gli occhi annegati nella stanchezza e nell’«ansia di poterti contaminare, che fa da sottofondo a ogni manovra» intorno ai pazienti e alla rabbia per chi fuori se ne frega. «Lavorare in una situazione del genere e trovare ancora in rete video e messaggi che sottovalutano il fenomeno, mi fa porre la domanda: ma per chi sto rischiando?», s'è sfogata Martina.
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E va raccontato questo sforzo fisico e psicologico. «Non so come ringraziarli i miei ragazzi – dice Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive a Cisanello – perché dovrebbero fare 6 ore e 20 i medici e un po’ più di sette ore gli infermieri, e invece vanno avanti per 10 e anche 12 ore. E a fine giornata tornano dalle mogli, dai mariti, dai figli col magone e il terrore di non portare amore ma il contagio». Loro che curano i malati dentro vorrebbero che chi sta fuori misurasse i costi di quei sacrifici. «Noi restiamo in Tac, tu resta a casa», hanno scritto su un foglio i radiologi del Noa a Massa. «Ce lo sentiamo addosso per ore il nostro odore, ed è l’odore della paura e della tensione nervosa, che ti tiene sveglio anche quando sei a casa sfinito e vorresti distenderti e dormire per l'eternità», racconta un infermiere della rianimazione di Lucca. Perché dopo due ore in corsia puzzi, sì puzzi. E questa lotta contro Covid-19 è un gesto infinito e continuo di azioni meticolose, di processi e protocolli inviolabili, di cura per le cure. «Derogare può significare infettarsi, e magari.... ». Sì, non riesce neppure a dirlo Massimo.
«Caldo, afa, il fiato corto, il sudore ti cola sul viso che senti sciogliersi sotto la maschera FFP3, gli occhiali di plastica, la visiera, la cuffia. “Il paziente va intubato”, “sta desaturando”. Corri, continui a sudare, prepari il farmaco con due paia di guanti che ti limitano i movimenti delle mani, non puoi riposare, bere, mangiare, non puoi fare pipì vestito in quel modo. Devi ripeterti di non toccarti la testa se l’elastico per i capelli ti fa male, se ti prude il naso. “Va broncoaspirato”, ti avvicini per liberare le vie aeree dalle secrezioni, sei molto vicina e l’ansia di quelle goccioline malefiche aumenta, ma alla fine il paziente respira meglio», ha raccontato Martina, 28 anni. Così «alla domanda “perché sto andando a lavorare? ” rispondo che lo faccio per tutte le persone che sono diventate “effetti collaterali” dell’irresponsabilità altrui».
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A Cisanello oggi ci sono dieci pazienti. Alcuni torneranno a casa fra qualche ora, perché il tampone risulterà negativo, altri verranno destinati ai reparti. «Arrivano ogni giorno. Qualcuno con sintomi lievi li rimandiamo a casa in isolamento, e finora sono sempre risultati negativi. Altri vanno tenuti in osservazione, altri vanno portati nella shock room dove c’è il macchinario per intubare. Sono spaventati come noi». E ogni momento, dice Micheli, potrebbe essere quello che ti tradisce, in cui ti distrai. Un solo secondo e il virus può trovare la strada per metterti fuori gioco. «Purtroppo sì, un nostro collega è in rianimazione...». Proprio quando verrebbe naturale abbassare la guardia. «La svestizione è il momento più importante. Meglio farla in due, uno corregge l’altro. Si comincia dai guanti. Noi ne mettiamo tre: uno diventa la tua pelle, il secondo ti protegge, il terzo protegge il paziente. Ti togli il primo, la visiera, la mascherina, i calzari, scalzi la cuffia senza toccare l’esterno, sfili il camice attento a che la parte esterna non “sporchi” gli indumenti sottostanti, togli il secondo guanto e rimani con l’ultimo, nudo. Togli anche quello e puoi disinfettarti. E ti accorgi che le mani sono sfogliate come alberi dalla corteccia, che ti brucia la gola perché non bevi da ore e per farti sentire dal paziente devi urlare, la mascherina attutisce tutto».
«Anche loro sono spaventati come noi - dice Sauro Franceschini, responsabile degli infermieri dell’emergenza a Lucca - e il peggio è che una volta entrati restano soli, i parenti non li potranno più vedere per settimane.Così Covid ci ha insegnato a usare un nuovo vocabolario, gli occhi sono il nostro linguaggio. Filtra tutto da lì e da lì cerchiamo di far capire a chi sta male che è al sicuro». E che, forse, tutto andrà bene.
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