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Coronavirus, lo sfogo di una mamma: «Mia figlia di 50 giorni è positiva. Le cattiverie si qualificano da sole»

Chiara Sillicani
L'ingresso dell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze
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L'ingresso dell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze

La sua piccolina quel virus, arrivato a mettere in dubbio tante certezze, lo sta affrontando: 50 giorni e la forza di una leonessa. E lui, papà, scuote il tappeto, esce allo scoperto e racconta.

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LUNIGIANA. Ci sono cose che non si tacciono. Cose che non si nascondono come polvere sotto il tappeto. Cose che vanno dette. E il coronavirus è una di quelle perché se non lo racconti, non c’è. Non si vede, ma può far male. Tanto male.

La sua piccolina quel virus, arrivato a mettere in dubbio tante certezze, lo sta affrontando: 50 giorni e la forza di una leonessa. E lui, papà, scuote il tappeto, esce allo scoperto e racconta. La bambina, ora nelle mani dei medici dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, sta sconfiggendo il virus. La febbre già l’ha battuta. Il babbo il virus non ce l’ha - almeno non ancora - Non ha una linea di febbre, non dà un colpo di tosse, ma alza la mano e avvisa la Lunigiana: a casa nostra il coronavirus è arrivato. Sul suo profilo Facebook racconta della sua bimba perché «se le cattiverie di pochi si commentano e qualificano da sole», è importante parlare. E ricostruire. Anche i più piccoli spostamenti, l’edicola, il bar, le passeggiate con la carrozzina: «Buongiorno a tutti - scrive papà - volontariamente vi informo che la mia piccola di un mese e mezzo è risultata positiva al virus». Nessun segreto: «Mia moglie ha effettuato un primo tampone che è risultato dubbio. Io sono chiuso in casa senza alcun contatto da quando ho avuto notizia della positività del tampone della bimba. Non presento sintomi, come, d’altronde, mia moglie, i miei suoceri, la nonna di mia moglie».

Il papà assicura che da quando alla piccola è venuta la febbre, la famiglia ha rispettato tutti i protocolli, nonostante ritenesse non ci fossero stati contatti con persone residenti nella zona rossa o rientrati da quella zona: «Da quando, mercoledì, alla bimba è venuta la febbre - spiega il papà su Facebook - da subito, e di nostra iniziativa, abbiamo deciso per la sicurezza e la salute dell’intera comunità di attivare i canali per il protocollo antivirus». La famiglia ha immediatamente avvisato la dottoressa che aveva visto la piccola per il controllo del primo mese di vita e il pediatra che l’ha visitata a inizio settimana: «Siamo andati dal medico (di cui fornisce il nome ndr) a causa delle coliche, ovviamente prima che la piccola manifestasse qualunque tipo di sintomo».

Poi papà rinuncia ad ogni intimità familiare e racconta i dettagli: la bimba e la mamma a spasso con la carrozzina, le sue abitudini quotidiana. Le uscite il mattino, l’edicola (ne fornisce il nome) in cui compra il giornale, il bar dove ha preso un caffè (lo indica precisamente): «Sono uscito solo la mattina mantenendomi a distanza, senza tossire». Tracciabilità. Di ogni spostamento. Dove la sua piccola abbia contratto il virus papà non lo sa: «I dottori ci hanno detto che il virus è talmente esteso che nessuno può dire con certezza da chi la nostra bambina possa averlo contratto». Lui però si assume la responsabilità di mettere sul chi va là gli altri, i compaesani, di farli trovare pronti. Il coraggio di dire tutto. Per la sua piccola leonessa che sta alzando la testa, per chi potrebbe sentirsi male domani. Il senso civico e l’onestà. Senza vergogna.

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