Il dolore
Coronavirus, le assenze dal lavoro: la quarantena è una "malattia", ma c’è l’ipotesi cassa integrazione
Confindustria Toscana ha attivato una task force regionale e help desk per dare consulenza alle imprese associate
FIRENZE. Di fatto indicazioni non ce ne sono. E le imprese navigano a vista. Confindustria Toscana ha attivato una task force regionale sul Coronavirus per capire cosa sta accadendo nella nostra regione e per ricevere segnalazioni di aziende che hanno la necessità di una consulenza. Un modo per avere sotto controllo la situazione e, di fatto, decidere quali decisioni prendere in modo omogeneo. Non ci sono solamente un’Italia e una Toscana paralizzate di cui il commercio, l’artigianato, l’industria, il turismo e tutte le imprese ne stanno pagando economicamente le conseguenze ma anche il timore di dover fermare le attività– o parti importanti di queste – per eventuali contagi. Un’ipotesi tutt’altro che remota. Se questo periodo lascerà un conto economico da pagare per gli imprenditori inevitabilmente alto, dall’altra parte tra i dipendenti c’è l’incertezza di non sapere come sarà gestita un’eventuale quarantena.
Ferie? Malattia? Cassa integrazione?Attualmente i casi - singoli - che si sono verificati in Toscana si stanno gestendo con il ricorso alla malattia. Ed è anche l’indicazione data da Confindustria ma, se la situazione dovesse allargarsi, strumenti ad hoc attualmente non ne sono stati previsti. I contratti non ne prevedono e il decreto legge di marzo sulle misure urgenti a sostegno dei lavoratori e le imprese non dà tutte le risposte necessarie che sindacati e industriali chiedono allo Stato.
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In Confindustria Toscana Nord, Firenze e in altre territoriali toscane intanto sono stati istituiti help desk per rispondere ai dubbi dei propri associati e sono state inviate indicazioni da seguire. «Per quanto ci riguarda – spiega Marcello Gozzi, direttore di Confindustria Prato, Pistoia e Lucca – in caso di quarantena il titolare dispone la malattia per il lavoratore.
La quarantena viene attivata dall’Asl in caso di contatto con una persona positiva al Coronavirus e di fatto c’è un’impossibilità a lavorare per motivi sanitari. Non sono ferie almeno che il lavoratore non voglia assentarsi per la chiusura delle scuole e l’impossibilità di gestire i figli. In questo caso si tratta di ferie da concordare con l’azienda».
Nel caso in cui la quarantena scattasse per più persone all’interno della stessa azienda la situazione si farebbe più complicata e la gestione difficile. «Ancora non abbiamo avuto casi così – commenta Gozzi - ma a livello regionale abbiamo deciso di valutare caso per caso».
Se in Toscana la gestione di numeri piccoli sembra possa essere gestita con il buonsenso e l’interpretazione delle leggi e dei contratti esistenti «le cose – conferma Gozzi – potrebbero cambiare. Il decreto legge del 2 marzo prevede anche l’ipotesi della cassa integrazione». «Un punto di riferimento – entra nel merito Alessandro Gattai, avvocato giuslavorista – è il decreto legge sulle misure urgenti a sostegno di lavoratori e le imprese colpite dal Covid 19 che fissa in modo molto chiaro cosa accade ai dipendenti pubblici ma lascia margini di interpretazione per i privati».
«Per il pubblico impiego – spiega Gattai – valgono le norme del ricovero ospedaliero quando il periodo è di quarantena con sorveglianza attiva o in permanenza fiduciaria domiciliare mentre i periodi di assenza dal servizio imposti dai provvedimenti di contenimento, le cosiddette zone rosse, equivalgono al lavoro prestato a tutti gli effetti di legge.
Per i privati si prevede invece nelle zone rosse si è previsto anche il ricorso alla cassa integrazione salariale o in deroga (per aziende con meno di 15 dipendenti). Ritengo che ad oggi si possa interpretare il decreto prevedendo la malattia in caso di quarantena obbligatoria mentre in caso di quarantena volontaria la fattispecie è diversa: il licenziamento è ingiustificato ma l’assenza dal lavoro si configura come un mancato diritto alla retribuzione».
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