Il Tirreno

Toscana

«Nel dolore di Sant’Anna le radici della Repubblica»

Melania Carnevali

Il Presidente Mattarella sui luoghi dell’eccidio nazifascista dell’agosto 1944 a mezzo secolo dalla Medaglia d’Oro. «Un passaggio di testimone per la memoria»

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Sant’Anna di Stazzema non è un borgo qualunque. Qui, dice il capo dello Stato, «si trova una radice della Repubblica». Affonda nella terra insanguinata delle 560 vittime dell’eccidio nazifascista del 12 agosto del 1944 e cresce lungo la spina dorsale dei superstiti, dei loro familiari, di un ente che non a caso si chiama Parco della pace, e anche del Comune, che in questi anni si sono fatti in quattro per raccontare al mondo quanto accaduto in questo paese della Versilia. Perché «la memoria è un dovere», commenta Sergio Mattarella salito ieri mattina sul borgo delle Alpi Apuane, oggi abitato da 27 persone, per il ventennale dell’istituzione del Parco della pace e per la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della consegna della Medaglia d’Oro al valor militare al Comune di Stazzema.

Era il 1970. Ed è a partire da quella data che Sant’Anna di Stazzema, con la sua tragedia, inizia a esistere davvero anche per le istituzioni. Le storie dei morti escono dall’isolamento della storia reclamando giustizia. Anche se è solo nel 1994, 50 anni dopo la strage, che la verità fa il suo ingresso nel racconto quotidiano. Quell’anno venne aperto un armadio (l’Armadio della vergogna), rivolto ante contro il muro in un locale di palazzo Cesi-Gaddi a Roma, che conteneva 695 fascicoli d’inchiesta e un registro generale con 2274 notizie di reato relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano dai nazifascisti. Inclusa Sant’Anna. Da lì, iniziarono i processi.

Mattarella lo ricorda. «Avete con tenacia continuato a cercare e ricostruire la verità – dice –, aiutando i sopravvissuti a superare l’angoscia per l’immenso male subito. Siete riusciti a raggiungere traguardi importanti, disvelando protagonisti, responsabilità, crudeltà. Lo avete fatto per voi ma avete anche reso un servizio all’Italia».

Il capo dello Stato pone l’accento sull’importanza della memoria come «dovere» e come «valore di umanità». D’altronde come si fa a non parlare di memoria in questo paese che per decenni non è nemmeno esistito nei libri di storia. Dove 560 persone sono state uccise a colpi di mitra e poi bruciate come paglia senza che un solo responsabile, per troppo tempo, venisse processato. Dove ci sono ancora superstiti – venti quelli conosciuti – come Enrico Pieri che il 12 agosto del 1944 rimase, all’età di 10 anni, solo al mondo e che, da adulto, dopo anni di boicottaggio, decise di mettere da parte il rancore e di andare in Germania per incontrare i giovani. Sentiva di dover fare qualcosa. E ancora oggi, alla veneranda età di 85 anni, continua a incontrare studenti di ogni nazionalità per spiegare loro un unico grande concetto: non odiate.

«Il tempo – dice Mattarella – può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio degli orrori più indicibili, ma non dobbiamo consentire che le coscienze si addormentino, che le intelligenze smettano di produrre anticorpi al virus della violenza e dell’odio, che la nostra responsabilità verso le giovani generazioni sia elusa sino al punto di rinunciare al passaggio di testimone della memori». E aggiunge: «il germe dell’odio – dice – non è sconfitto per sempre». Lo confermano le scritte contro ebrei apparsi «sui muri e persino su porte di abitazioni. Sono fenomeni limitati ma che non possono essere sottovalutati. Perché puntano a colpire i principi, le fondamenta della convivenza, la stessa memoria. La memoria non appartiene mai soltanto al passato ma è parte della nostra vita e della costruzione del futuro».

Nel discorso di Mattarella c’è anche tanta Unione europea che «pur essendo imperfetta, fragile, incompiuta» rimane «il più forte antidoto al ritorno dei muri, dei risentimenti nazionalisti, dei fanatismi che non di rado esibiscono la loro carica distruttiva».

E anche in questo caso, ricorda il capo dello Stato, Sant’Anna ha fatto scuola più di una volta. Lo ha fatto ad esempio il 24 marzo del 2013 quando l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Joachim Gauck, che era presidente della Repubblica federale tedesca, si strinsero la mano davanti al monumento che ricorda le vittime. Qui, dice Mattarella, sono stati «vissuti segni di riconciliazione. Gesti che hanno mostrato, una volta in più, come l’Europa unita sia la vera risposta di civiltà all’ideologia di oppressione e di morte che il nazismo e il fascismo volevano imporre ai nostro popoli». —

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