Sicurezza
Economia circolare: «Macché riciclo, la grande sfida è creare prodotti che non si buttano»
Fabio Iraldo della scuola Sant’Anna di Pisa butta la “palla” avanti: «Serviranno oggetti che non diventano mai rifiuti»
Produrre, consumare e spargere rifiuti è una storia finita. C’è da voltare pagina. Il modello di economia lineare, vecchio di duecento anni, ha fatto il suo tempo. I segnali arrivano dall’ambiente. La competitività che fa rima con prezzi sempre più bassi e l’attrattività basata sulla facilità di consumo, più che sulla ricerca della sostenibilità ambientale, mostra il limite. C’è dell’altro. Si stanno trasformando gli stili di vita e i modelli di comportamento dei consumatori. Insomma, crescono le quotazioni dell’economia circolare. Due parole che evocano un’immagine di facile comprensione quant’è il rischio di scadere in semplificazioni.
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«Non è una questione solo legata ai rifiuti – afferma Fabio Iraldo, professore dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa –. Non parliamo più solo di riciclo o recupero, ma di ottimizzazione degli input produttivi e di riutilizzo e durabilità dei materiali, affinché divengano rifiuti il più tardi possibile».
Come in tutti i processi innovativi, i vantaggi economici evidenti non bastano per innescare la transizione: bisogna prima abbattere il rischio d’investimento. «L’economia circolare non è un ritorno al passato, perché non tutto può tornare al ciclo naturale. Siamo in una società che presuppone l’esistenza di mercati e la domanda di prodotti complessi, a cui difficilmente si può rispondere tornando al passato. Bisogna acquisire nuove capacità di design industriale per dare ai prodotti caratteristiche tali che una volta che hanno esaurito la propria vita utile possano rimanere dentro al ciclo economico con un valore, per esempio come materia prima seconda o prodotto che si riutilizza».
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Il modello è circolare, ma si finisce sempre a parlare di rifiuti. «È una visione super semplificata. L’economia circolare non può essere pensata come soluzione al problema dell’eccedenza di rifiuti e a come poterli riutilizzare». Qual è il rischio? «Finiremmo per lavorare soltanto con materia povera, quali sono i rifiuti. Tanto che molto spesso anche se trasformati in materia prima seconda non hanno le caratteristiche qualitative e di performance analoghe a quelle delle componenti tradizionali. In molti casi la sostituzione diventa difficile».
Serve un approccio industriale. Il professor Iraldo lancia la frase a effetto: «Bisogna concepire fin dall’inizio prodotti che al limite non diventino neanche rifiuti». È un modo per allargare la prospettiva. «Abbiamo bisogno di nuovi materiali, per esempio che siano più durevoli, e di nuove metodologie di design che rendano più facilmente riparabile e disassemblabile l’insieme delle componenti di un prodotto quando arrivano vicino alla fine della loro vita utile». Come riuscirci è l’essenza della sfida. «Queste competenze e gli strumenti attraverso cui fare design innovativo, quindi funzionale all’economia circolare, sono difficili e costosi da adottare e sviluppare». Nel sistema industriale toscano, caratterizzato da piccole e medie imprese, significa accompagnare la transizione. «La Toscana avrebbe un vantaggio competitivo data la sua tradizione dei distretti industriali. Ma il sistema ha bisogno di essere sostenuto nelle dinamiche innovative, altrimenti rischia di non farcela».
Quali possono essere i sostegni? «Devono essere in grado di coinvolgere molti soggetti in una filiera. Il finanziamento a fondo perduto all’impresa per svilupparsi la sua tecnologia in casa in una logica di economia circolare non funziona. Bisognerebbe finanziare la collaborazione tra le aziende, che è il punto debole dell’economia circolare».
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Prendiamo il settore conciario. «Se devo essere in grado di recuperare i ritagli della lavorazione della pelle per fare altri prodotti devo necessariamente mettere in campo una partnership con aziende di altri settori che possono andare in simbiosi industriale con il conciario, ma è richiesta una capacità di network tra tante imprese che si collocano in diversi stadi della filiera e certe volte operano in settori diversi». Lo scarto per un’impresa può diventare un input per un’altra. A circolare, oltre ai beni e ai servizi, devono essere anche le informazioni. «È fondamentale la capacità di imprese diverse, di settori o stadi diversi della filiera, di parlarsi, collaborare. Ma anche di trovarsi, perché molte volte le imprese hanno degli scarti che considerano materiale prezioso, ma non sanno a chi potrebbe interessare come input produttivo».
E qui si innesta il tema normativo. «È ovvio che in uno scenario così complesso in cui materiali di diversa natura vengono utilizzati in modo trasversale da diversi settori l’aspetto normativo può costituire un blocco notevolissimo. In soldoni se riutilizzi una materia nel tuo ciclo produttivo non è rifiuto, ma questa è una minimissima parte dell’economia circolare. Quella vera è quando tu lo scarto di un settore lo utilizzi in un altro. Ma a quel punto assume la connotazione di rifiuto e si innalzano le barriere normative».
Cosa serve? «La normativa deve evolvere a una velocità che sia almeno pari a quella dell’innovazione aziendale nell’economia circolare. Ma non lo sta facendo. La normativa cosiddetta end of waste, che vuol dire quando un materiale cessa di essere rifiuto e diventa materia prima seconda per un altro potenziale utilizzo, sta andando veramente troppo a rilento. E questo rischia per finire di ostacolare lo sviluppo dell’economia circolare».
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