Il dolore
Il medico che si prende cura dei nonni
A Pisa dal 2012 esiste un reparto per la gestione dei pazienti più anziani: 30 posti letto dove trattenere «i pazienti il meno possibile: in una settimana possono perdere anche 3-4 chili di massa muscolare»
La popolazione italiana è tra le più longeve del mondo, l’aspettativa di vita è più alta di molti Paesi occidentali. Questo vuol dire che gli anziani sono tanti e hanno bisogno di un’assistenza sanitaria ad hoc. Non si tratta di valutare “solo” le malattie quanto di offrire un approccio basato su più fattori. Per questo esiste il geriatria, il medico che si occupa degli anziani. A Pisa, l’azienda ospedaliero-universitaria pisana, a Cisanello nel 2012 ha creato un reparto dedicato (inizialmente con 4 posti letto, oggi 30) a cui fa riferimento anche una scuola di specializzazione per i futuri geriatri. A guidare il reparto c’è il primario Fabio Monzani, che spiega quanto sia complessa l’assistenza ad un anziano, per il quale la permanenza in ospedale deve essere strettamente necessaria.
Professore, come è strutturata la vostra geriatria?
«Siamo nati nel 2012, per fornire un’assistenza specialistica a una popolazione che invecchia. Il paziente anziano necessita di un approccio e di accortezze particolari, basate su quella che noi chiamiamo “valutazione multidimensionale”: oltre a concentrarsi sulla malattia (che può essere cronica), il geriatra deve guardare avanti, valutando il paziente, il suo grado di autonomia e lo stato cognitivo. Sono tutti fattori che possono fare la differenza nel tipo di trattamento da scegliere».
Ma come si cura e si segue un anziano?
«Faccio un esempio: lo stato cognitivo influisce anche sulla capacità di assumere farmaci nelle giuste modalità. Mediamente un anziano assume 6-7 farmaci diversi al giorno che, se assunti male, possono dar vita ad interazioni nocive per il paziente. Ma non finisce qui. Il deficit cognitivo, anche lieve, può favorire il cosiddetto “delirium”: può bastare un cambiamento di luogo (da casa all’ospedale), la confusione che c’è in reparto, l’alterazione del ritmo sonno-veglia, un dolore non superato, la non percezione del tempo in corsia o un catetere vescicale per far cadere un anziano in questa condizione, che a sua volta può manifestarsi sotto forma di agitazione psico-motoria o apatia con il rifiuto a comunicare e nutrirsi. Il delirium aumenta significativamente il rischio di morte e disabilità. Da una parte dobbiamo evitare l'accanimento diagnostico e terapeutico e, dell’altra, non dobbiamo cadere nel cosiddetto “ageismo”, cioè nel non fornire all’anziano tutte le risorse di cui disponiamo solo perché si tratta di una persona in là con l’età».
Quali patologie colpiscono di frequente l’anziano?
«Partendo dal presupposto che le malattie croniche riguardano più gli anziani che i giovani, ci sono sindromi prettamente geriatriche: oltre al delirium, ci sono le fratture da fragilità, che possono essere legate all’osteoporosi come alla sarcopenia, la perdita di massa muscolare. Nell’anziano le proteine sono più importanti che nell’adulto, ne ha bisogno di 1,2 grammi per chilo di peso in condizioni di benessere e fino a 1,5 grammi durante una malattia (mentre nell’adulto il fabbisogno è della metà). Purtroppo spesso l’anziano è malnutrito da questo punto di vista; sarebbe importante assumere proteine nobili dalla carne, dal pesce, dall’albume dell’uovo così come da legumi e cereali. Altre tipiche sindromi geriatriche sono la demenza vascolare, la sincope e le cadute».
Ma si può prevenire la classica frattura del femore da caduta?
«Un terzo degli accessi al pronto soccorso è relativo ad anziani e le cause più frequenti di accesso sono rappresentate dalle cadute e dalle patologie causate da interazioni tra farmaci. Per un anziano stare anche 7-10 ore in barella è dura, così come essere ricoverato: stare fermo a letto può voler dire perdere anche 3-4 kg di massa muscolare in una settimana, che poi sono difficilmente recuperabili. Senza dimenticare che più l’anziano sta in reparto più aumentano le potenziali complicanze. Perciò l’ideale sarebbe evitare quanto più possibile di finire in ospedale. Importante è fare regolare attività fisica, controllare la pressione, vaccinarsi per il virus influenzale e lo pneumococco, indossare calzature idonee. A volte in casa ci sono trabocchetti a cui non facciamo attenzione: può bastare un tappeto per innescare una caduta, così come ad esempio si potrebbe avere un sistema di luci automatico che entra in funzione quando la persona va in bagno la notte, così da diminuire il rischio di cadute».
Quanto è importante il supporto da parte dei familiari?
«Fondamentale. In Italia più del 9% della popolazione è over 80 e l’aspettativa di vita per gli uomini è di circa 80-81 anni e di 84 per le donne. C’è però un dettaglio: se una persona arriva agli 80 anni, ha poi un’aspettativa di vita personale media di oltre 9 anni, per cui non è raro trovare 85enni autonomi, che fanno una vita regolare senza l’ausilio di figli e nipoti. Il dramma si crea quando, ad esempio per una caduta, la persona perde l’autonomia e può non avere dalla famiglia il supporto di cui necessita. Da parte nostra indaghiamo sempre sulla condizione socio-familiare del paziente, perché influisce, a partire dalla somministrazione corretta della terapia farmacologica in poi».
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