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Con i ribelli Macchiaioli nasce il paesaggio toscano
I loro quadri aprono la via a un "marchio" diventato sinonimo di qualità della vita
La prima volta che un paesaggio toscano compare in evidenza nella pittura italiana è con Ambrogio Lorenzetti nel grande affresco degli Effetti del Buon Governo. Siamo nel Trecento e le campagne intorno a Siena vengono raffigurate con grande attenzione ai particolari e alle attività dell’uomo. Sullo sfondo i paesaggi si erano intravisti già con Giotto e si vedranno in versione idealizzata o misteriosa nei pittori del Rinascimento. Poi c’è il celeberrimo disegno di Leonardo da Vinci che il 5 agosto del 1473 mette su carta un pezzetto di Valdinievole vista da Montevettolini e niente altro.
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È quello il soggetto che interessa all’artista ed è la prima volta che accade. Ma è con i Macchiaioli, dopo la metà dell’800, che il paesaggio della Toscana irrompe da protagonista sulla scena e, si può dire, dà al via a quella progressiva affermazione che lo ha trasformato oggi in un formidabile motore del turismo globale, un "marchio" ricercato dai viaggiatori di tutto il mondo. All’origine di quella novità c’è una rivoluzione. La racconta accalorandosi Carlo Pepi, esperto d’arte senza titoli universitari, noto come uno dei massimi conoscitori di Modigliani e in particolare per il suo impegno nella denuncia del gigantesco mercato dei falsi che ruota intorno a Modì.
Ma Pepi è anche un grande esperto, nonché collezionista, dei Macchiaioli e da tempo si batte perché vengano riconosciuti i loro meriti. «Noi italiani li abbiamo sempre sottovalutati, nei libri di storia dell’arte sono ancora bistrattati. Se fossero stati francesi sarebbero stati celebrati come è accaduto ai loro successori transalpini, gli impressionisti». Perché Pepi non ha dubbi: gli impressionisti sono diventati star della pittura, ma i macchiaioli li avevano preceduti ed erano anche più bravi. «I Macchiaioli erano spesso garibaldini, rivoluzionari - spiega Pepi - volevano un’Italia nuova e quindi anche un’arte nuova. Figuriamoci se potevano accettare le indicazioni dei maestri dell’Accademia a Firenze, che sarebbero un po’ come i baroni universitari di oggi. L’Accademia era conservatrice, neoclassica, tutta rivolta al passato.
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Chiedeva il bello formale, i soggetti mitologici e di genere, le scene di costume, gli interni borghesi o aristocratici, le belle signore, i bei ritratti. I macchiaioli invece guardavano avanti e volevano uscire all’aria aperta per raffigurare la realtà come la vedevano». E la dipinsero utilizzando le macchie essenziali di colore create dalla luce. Da qui il nome che un giornalista attribuì loro dopo la prima mostra collettiva e che voleva essere dispregiativo (li chiamarono anche "pataccari", da patacche sinonimo di macchie). Loro invece lo assunsero orgogliosamente come segno di diversità e lo fecero proprio.
E tirarono dritto. «L’artista - dice Pepi - doveva essere libero di rendere con immediatezza verista ciò che il suo occhio vedeva. Così dal Caffè Michelangelo, dove si ritrovavano a Firenze, sciamarono prima nei quartieri della città che stavano scomparendo, demoliti dagli sventramenti, dalle grandi opere che disegnavano la nuova capitale d’Italia, restituendoci gli scorci di quella Firenze più antica». E poi uscirono dalla città verso i sobborghi e le colline - Piagentina, Settignano, Fiesole - per dipingere i campi e le vedute oltre un muretto qualsiasi, le strade e le case di campagna. La migrazione proseguì e portò o fece tornare i singoli artisti sulla costa e sulle colline livornesi, in Maremma, nei borghi sui colli pisani. «Piazzavano il cavalletto e dipingevano in maniera essenziale, innovativa. Pochi tratti, poco colore».
Giovanni Fattori fu il protagonista, Telemaco Signorini, Silvestro Lega, Diego Martelli, Adriano Cecioni, Cristiano Banti gli altri più famosi. «Non furono accettati - aggiunge Pepi - morirono quasi tutti in povertà». Eppure senza saperlo diedero un contributo alla futura ricchezza di quelle zone. «La notorietà di Castiglioncello come luogo di villeggiatura - osserva Pepi - viene anche dai quadri di Fattori, lo stesso per il lungomare di Livorno». Rifiutarono la bellezza e preferirono un paesaggio concreto, umile. Dipinsero i campi, i contadini, i buoi, perché la Toscana di allora era soprattutto fatica e lavoro.
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Ma poi quei paesaggi sarebbero diventati il simbolo della bellezza e della qualità della vita chei vip di tutto il mondo apprezzano, dai manager americani ai lord inglesi, dai professionisti tedeschi alle star della musica pop, fino agli oligarchi russi. Si arriva così al presente, alla Val d’Orcia, al Chianti, alle file di cipressi sui crinali e ai borghi turriti consacrati dalla fotografia, dal cinema e dalla pubblicità delle auto (e non solo). Un marchio, ormai, della Toscana bella d’arte, di storia e di paesaggio. Una griffe così universalmente riconosciuta da apparire nei supermercati di tutto il mondo come marchio di "garanzia" sulle confezioni dei prodotti "italiani" taroccati.
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