Il Tirreno

Toscana

La Toscana "lavatrice" dei soldi sporchi, Cosa Nostra morde un pezzo di economia

Matteo Leoni
La Toscana "lavatrice" dei soldi sporchi, Cosa Nostra morde un pezzo di economia

Un giro illegale di 150 milioni legato al settore del pallet: 12 arresti. Tra gli indagati anche un assessore di San Miniato

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FIRENZE. La Toscana "lavatrice" dei soldi sporchi della mafia. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta della Dda di Firenze, condotta dalla guardia di finanza di Prato, che ha portato all’arresto di 12 persone residenti nella nostra regione e in Sicilia. Il denaro frutto delle attività criminali di Cosa Nostra arrivava in Toscana e poi veniva ripulito attraverso un sistema di imprese intestate a prestanome e operanti nel settore del commercio dei pallets, le pedane in legno usate per la movimentazione e il trasporto di vari tipi di materiale. Le ditte, 33 in tutto, la maggior parte delle quali di fatto inesistenti poiché inattive e intestate per lo più a prestanome, depuravano il denaro mafioso emettendo fatture false per operazioni inesistenti nei confronti di ditte esterne al sodalizio criminale, che in cambio potevano far figurare costi mai sostenuti abbassando il reddito imponibile e dunque le tasse da pagare.

Agli arrestati e agli indagati, una sessantina in tutto, è contestata a vario titolo l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei reati di riciclaggio, autoriciclaggio ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, oltre ai reati di intestazione fittizia di beni, contraffazione di documenti di identità e sostituzione di persona.

Punto di riferimento indiscusso dell’associazione per delinquere era Francesco Paolo Clemente, 42 anni, residente in Corso dei Mille a Palermo, finito in carcere. Per l’accusa era lui il "dominus" di diverse ditte e società operanti nel commercio dei pallets. Attorno a lui si muoveva una fitta rete di collaboratori. Tra questi il cugino Giacomo Clemente detto "il tuta", residente a Sesto Fiorentino (Firenze), anche lui destinatario di custodia cautelare in carcere. La stessa misura è stata applicata a Francesco Paolo Mandalà, alias "gemellino", 31enne di Villabate (Palermo), Alfonso Domenico Imperiale, 62 anni, pugliese residente a Prato, Gaetano Lo Coco detto "il ragioniere", 44 anni di Palermo, e Francesco Paolo Saladino, palermitano di 53 anni. Ai domiciliari sono finiti Leonardo Clemente, 66 anni di Palermo, Pietro Clemente, 55 anni, anche lui residente a Palermo, Santo Bracco, 69enne palermitano residente a Prato, Filippo Rotolo 46 anni di Palermo e i suoi due figli Giulia, 25 anni, e Vincenzo, di 28, entrambi residenti a Campi Bisenzio (Firenze).

Il "sistema Clemente", come lo definiscono gli investigatori, è stato in grado di gestire un flusso illecito di denaro per circa 150 milioni di euro, di cui 39 milioni provenienti direttamente da soggetti di Palermo legati alla mafia. Scopo dell’associazione criminale era quello di riciclare i proventi degli affari criminali della famiglia mafiosa di Corso dei Mille di Palermo, capeggiata da Pietro Tagliavia, condannato in via definitiva per associazione mafiosa e figlio di Francesco Tagliavia, condannato anche lui all’ergastolo per le stragi di via d’Amelio e dei Georgofili.

I soldi sporchi venivano immessi nel circuito economico attraverso la creazione di una galassia di 33 imprese con sedi in tutta Italia, in particolare in Toscana (nelle provincie di Firenze, Prato, Livorno, Pistoia), Sicilia e Lazio, tutte aventi per oggetto sociale il commercio dei pallets.

Le fatture inesistenti venivano emesse sia tra aziende interne al gruppo criminale, sia a favore di aziende ad esso estranee, che usufruendo del servizio illegale, si garantivano vantaggi fiscali. Le imprese "sane" versavano tramite bonifico alle cartiere facenti capo al gruppo criminale il corrispettivo degli importi falsamente fatturati (per consegne di pallets mai avvenute), che poi veniva restituito in contanti, decurtato del 10%.

Tra le presunte aziende compiacenti, estranee al gruppo criminale, figura anche la Pallets Bertini Group srl di San Miniato. Gianluca Bertini, assessore Pd del Comune di San Miniato, risulta tra gli indagati nell’inchiesta in qualità di legale rappresentante della società.

L’accusa ipotizzata a suo carico sarebbe solo quella di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Niente a che vedere dunque col gruppo criminale finito al centro delle indagini, ai componenti del quale viene contestato il più grave reato di associazione per delinquere di stampo mafioso.

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di Redazione web