Sicurezza
Il papà stupra il figlio per due anni, la mamma lo lascia fare: a processo
Quando il bimbo si rivolge alla madre si sente rispondere: «Chi se ne frega». Pestato per non parlare
Invano lo aveva detto alla mamma. «Che me ne frega!» si era sentito rispondere la prima volta che aveva provato a parlarle di quelle violenze sessuali che quasi quotidianamente subiva dal babbo. Violenze che erano iniziate da quando aveva otto anni. Poi era successo anche altro. Era stato addirittura preso a calci e schiaffi e minacciato di morte con un coltello da entrambi i genitori affinché di “quelle cose” - le violenze sessuali” - non facesse parola fuori di casa.
È con l’accusa di violenza sessuale pluriaggravata, maltrattamenti in famiglia e lesioni personali che martedì mattina, su richiesta del pm titolare dell’inchiesta, Claudio Curreli, il gup del tribunale di Pistoia Luca Gaspari ha rinviato a giudizio marito e moglie, entrambi valdinievolini: di questi genitori non pubblichiamo le generalità con il solo scopo di non rendere identificabile il bambino, vittima di violenza. I due adulti saranno processati a maggio davanti al tribunale collegiale. Parte civile nel processo, attraverso l’avvocato Alessandro Fagni, si è costituito il bambino, che, dopo essere stato tolto alla famiglia, è adesso rappresentato dal curatore speciale nominato dal giudice delle indagini preliminari.
Mentre i maltrattamenti sul piccolo sarebbero iniziati già nel 2015, le violenze sessuali erano iniziate quando aveva 7 anni e proseguite fino a quando ne aveva 9. Il procedimento penale è nato dalla segnalazione ai servizi sociali del comune valdinievolino in cui la famiglia viveva (nel febbraio 2018) da parte di due insegnanti alle quali il bambino aveva confidato sia delle botte che degli abusi da parte del padre. Alle stesse maestre il bambino era riuscito a parlare anche di come la madre si fosse arrabbiata con lui quando le aveva detto ciò che il babbo gli faceva (nel capo di imputazione si parla di rapporti completi). Proprio per non aver fatto nulla per impedire che le violenze sessuali sul figlio continuassero, la donna, che aveva l’obbligo giuridico di intervenire (se non quello affettivo e morale), è accusata dello stesso reato contestato al marito.
Scattata l’inchiesta, le insegnanti erano state sentite dagli investigatori della Squadra mobile, così come le loro colleghe che già nel 2015 avevano invece segnalato i probabili maltrattamenti in corso (dando il via ad una precedente inchiesta, poi riunita con quella successiva): quando nel febbraio il bambino si era presentato a scuola con un vistoso livido sulla fronte, perché il padre gli aveva sbattuto la testa contro il muro; e quando avevano visto la mamma picchiare per strada il bambino all’uscita di scuola perché, nonostante avesse già sette anni, non voleva salire sul passeggino come pretendeva lei.
La drammaticità di ciò che il bambino aveva dovuto subire era poi emersa nell’aprile del 2019 (quando già viveva da un anno in una comunità educativa), nel corso dell’incidente probatorio disposto dal gip, in cui, assistito da una psicologa pediatrica del Meyer, aveva raccontato ciò che gli faceva il padre: «Me lo faceva ogni giorno» aveva detto. Per poi parlare anche della volta che fu ferito con un coltello e minacciato di morte, nel febbraio 2018: di quelle violenze non ne doveva parlare con nessuno. —
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