Sicurezza
I medici che "rubano" i pazienti alla morte: ecco il trauma center di Cisanello
Pisa, nel trauma center del pronto soccorso un team di vari specialisti interviene sulle persone gravi che subiscono incidenti stradali o sul lavoro: «La sfida? Contenere danni cerebrali e spinali»
PISA. Quando si parla di traumi – soprattutto se gravi e plurimi – anche un minuto può fare la differenza tra la vita e la morte. Incidenti stradali, infortuni sul lavoro, cadute in casa e traumi sportivi: le cause che possono portare una persona sana ad essere in pericolo di vita in un batter d’occhio sono le più disparate. Proprio per questo a Cisanello è stato istituito un “Trauma Center”, un Centro Clinico costituito da professionisti vari che quando arriva l’allarme del 118 si recano nella “Shock Room” pronti a intervenire e a stabilizzare il paziente politraumatizzato.
Cisanello - come Careggi, Le Scotte e il Meyer per i casi pediatrici - è un “Hub” (uno snodo fondamentale) nell’area Nord Ovest, dove vengono indirizzati i pazienti traumatizzati più complessi, perché la filosofia non è quella di portare il ferito nel primo ospedale disponibile ma di trasferirlo più rapidamente possibile in una struttura specializzata. Responsabile del Trauma Center pisano è il professor Massimo Chiarugi, direttore anche dell’Unità Operativa di Chirurgia d’Urgenza.
Professor Chiarugi, perché è nato il Trauma Center a Cisanello?
«È un concetto importato dagli Stati Uniti, per il quale il trauma è una malattia chirurgica e come tale va trattata. L’obiettivo è fornire un’assistenza omnicomprensiva al paziente, perché chi ha un trauma “severo” (grave) spesso ha il coinvolgimento di più organi e apparati. Per questo serve un trattamento multidisciplinare, tempestivo, coordinato ed efficace».
Come agisce il “Trauma Team”?
«È una squadra guidata da un team leader, che vede la presenza di medici d’urgenza, chirurghi, anestesisti rianimatori e radiologi d’urgenza, oltre al personale infermieristico e tecnico. Tutte queste professionalità compongono il team che quando arriva l’alert (allarme) del 118 si reca già nella Shock Room del pronto soccorso, dove ci sono tutte le risorse possibili per stabilizzare il paziente che, se in pericolo immediato di vita, viene trasferito direttamente in sala operatoria, perché ulteriori valutazioni possono “rubare” tempo prezioso. In ogni caso il paziente viene valutato per priorità e in base a queste si decide quando e come intervenire. In questa fase forniscono un prezioso supporto gli specialisti ortopedici, neurochirurghi, radiologi interventisti, chirurghi plastici del Centro Ustioni e gli specialisti del Centro Trasfusionale e di Medicina di Laboratorio. La gestione del paziente avviene poi in terapia intensiva fino alla risoluzione delle criticità conseguenti al trauma ed alle necessarie terapie chirurgiche. In questo lavoro il tempo è vita e anche se ci sono dei tempi tecnici è fondamentale ridurli al minimo».
Quanti traumi gravi trattate in un anno?
«Circa 400 traumi l’anno, tra i quali 200 categorizzati come “severi”: incidenti stradali, pedoni investiti, infortuni sul lavoro oppure in casa o facendo sport, lo spettro del trauma è sempre presente. È noto che la quantità dei casi trattati incide positivamente sui risultati, per questo è importante se possibile centralizzare verso l’Hub i pazienti più complessi».
Il trauma si può prevenire?
«Il trauma è connesso al movimento che genera energia che al momento dell’impatto viene assorbita dai nostri organi e tessuti e ciò genera lesioni. Un compito fondamentale di un Trauma Center è anche diffondere una cultura della prevenzione. Gli effetti del trauma possono essere prevenuti, come molte malattie, usando buon senso e conoscenza: penso al casco, alle cinture di sicurezza, alle regole del codice della strada e alle normative di prevenzione infortunistica sul lavoro. Purtroppo traspare spesso la sensazione che non si conoscano le conseguenze spesso devastanti di un impatto stradale e di quanto sia invece facile trovarsi in queste situazioni per uno stato di coscienza alterato o per disattenzione (alcol, droghe, uso del cellulare alla guida). Ora siamo impauriti dal coronavirus ma contemporaneamente mandiamo i messaggini mentre guidiamo, corriamo al volante sotto effetto di droghe e alcol. Per quanto ci riguarda stiamo istituendo un programma di corsi per insegnare alle persone a gestire i sanguinamenti conseguenti ad un trauma, in attesa dei soccorsi. È fondamentale investire sui giovani, a partire dalle scuole».
Professore, quali sono le sfide del futuro?
«L’innovazione tecnologica ci consentirà di scegliere sempre meno l’approccio chirurgico; quando ho iniziato questa professione moltissimi traumi addominali venivano operati, ora è molto più raro. Poi è importante fare ricerca sulla fase successiva al trattamento acuto: il paziente è sempre esposto ad una risposta infiammatoria patologica e ad infezioni, anche gravi. La grande sfida è e rimarrà il danno neurologico conseguente ad un trauma cerebrale o del midollo spinale, perché ha esiti che impattano pesantemente sulla qualità della vita; quando interveniamo vogliamo in primis salvare la vita, ma insieme vorremmo anche restituire al ferito un’esistenza quanto più simile possibile a quella precedente».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

