Italia
Un giorno stoppai Kobe Bryant e mi sentii in colpa: ciao, bimbo
Sulla sua pagina Facebook Federico Biagini pubblica una foto mentre marca un ragazzino che poi diventerà un grande campione: ecco la sua testimonianza
Ciao bimbo.
Io sono quello con la canotta bianca in questa foto, e mi ci sono voluti 2 giorni per prendere coscienza di ciò che è accaduto.
Per me sarai sempre quel simpatico bimbo del Trofeo Piattelli a Montecatini Terme nel 1989: un rospetto con due gambe lunghissime, occhi vispi ed un sorriso che avrebbe, poi, ammaliato il mondo e non solo quello della pallacanestro. Quel bimbo che già una sera di 30 anni fa, fece qualcosa di unico e irripetibile: entrare in campo insieme a tuo padre Joe, in mezzo ai “grandi” , durante la finale di un trofeo estivo, con la canotta fino alle ginocchia e con la sfrontatezza dei Campioni, seppur con i tuoi soli 11 anni, provando ad incidere sulla partita, a esserne protagonista e non solo comparsa, come avresti fatto poi per il resto della tua carriera. La finale di un torneo estivo, forse uno dei più prestigiosi tornei del tempo giocato a Montecatini negli anni del boom del basket toscano; in campo solo giocatori adulti, di serie A, di serie B, serie C e di serie D di Montecatini, Pistoia, Livorno, Siena e Firenze: nessuno voleva perdere, nemmeno per scherzo. Questioni di campanilismo e di onore, cose da provincia italiana, ma emozioni che poi avresti trasportato, con il tuo immenso talento, nel basket oltreoceano.
«Un bimbo in campo, che carino!», il pensiero delle mille persone in tribuna. E tua madre, là dietro, che ti guarda estasiata. « Un bimbo in campo, che palle!» , il pensiero di noi atleti. «E ora che faccio?», il pensiero di chi ti doveva marcare. E quel qualcuno, purtroppo o per fortuna, ero io. Cioè un modestissimo giocatore delle serie minori toscane.
La palla arriva al bimbo. Mi dico: «Stai fermo, non fare niente... è un bimbo!».
Il bimbo tira da 3. Ciuff, canestro, ovazione del pubblico, mugugni in campo dei miei compagni di squadra.
Ancora palla al bimbo. Mi dico: «Avvicinati, ma tieni basse le braccia... è un bimbo!».
Il bimbo, incurante, tira ancora da 3. Ancora ciuff, canestro. Pubblico in visibilio, rimbrotti pesanti dei miei compagni di squadra, time-out del nostro coach che non vuole perdere (nessuno voleva) e mi chiede di difendere.
Torniamo in campo.
Ancora palla al bimbo. Tutto il palazzo vuole che il bimbo tiri ancora. E lo incita.
Tutti i miei compagni vogliono che io difenda. E urlano di non farlo tirare. « Porca put.... na», penso io. «E ora che faccio?».
Mi avvicino al bimbo e con gli occhi cerco di fargli capire: «Non lo fare. Per favore».
Niente da fare, nel suo sguardo solo una feroce determinazione (...che fosse l’inizio della Mamba-mentality? ). La gente è entusiasmata: tira, tira ancora! Alzo le braccia senza nemmeno guardare il bimbo che, incosciente, prende la palla, più pesante e più grande di lui, e la lancia a canestro.
Involontaria quanto inevitabile arriva la mia stoppata al bimbo. Cosa penserà di me la sua mamma?
Il palazzetto ulula indignato verso di me, i miei compagni continuano a giocare come niente fosse. Io scoppio a ridere per la situazione tragicomica e vado dal coach: «Ora o mi sostituisci o a marcare quel bimbo ci vai tu!».
Già, il bimbo. Quel bimbo che da lì a poco avrebbe regalato alla pallacanestro mondiale tante di quelle emozioni che nessuno avrebbe potuto immaginare, compresa forse la dichiarazione di amore, la lettera di addio più bella.
Ciao bimbo.
Adesso potrai far innamorare, anche gli angeli, della pallacanestro: ogni tuo canestro un “disegno” divino. Forse un giorno giocheremo ancora 1 contro 1 e, senza dubbio, mi renderai quella tragicomica stoppata, mentre tua figlia ci guarderà ridendo.
5... 4. . . 3. . 2. . . 1.
Fai buon viaggio, Kobe. È stato bellissimo vederti.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
