Sicurezza
Reddito di cittadinanza, meglio il “nero” che il sussidio: in 943 rinunciano all’assegno
Sono i percettori toscani che non si sono presentati ai Centri per l’impiego al primo colloquio: «Tagliata una mensilità, se disertano ancora perdono tutto»
LIVORNO. «Non darò un solo euro a una persona che vorrà stare sul divano senza fare nulla. Con il reddito di cittadinanza facciamo un patto: vai nel centro per l’impiego, dove ti impegni per 8 ore a settimana nei lavori utili e intanto ti devi formare per un lavoro. Passi la giornata così, poi ti faccio tre proposte di lavoro. Se le rifiuti, perdi il reddito, se le accetti, perdi il reddito», diceva a settembre 2018 Luigi Di Maio, l’ex capo politico grillino che sognava di «abolire» la povertà per decreto. Insomma, fece capire l’allora ministro del Lavoro, la misura bandiera del M5S non era solo welfare ma workfare neoliberale. Tradotto: se vuoi un beneficio dallo Stato devi sudartelo.
REDDITO DA DIVANO. Ecco, a quasi un anno dal via i numeri raccontano una realtà diversa dalle promesse. Almeno in Toscana. Dove quasi mille persone rischiano di perdere il sussidio proprio perché non sembrano intenzionate a “sudarselo”: non si sono presentati ai colloqui con i centri per l’impiego, gli appuntamenti con cui dipendenti regionali e navigator li avrebbero dovuti “reclutare” per avviarli a percorsi di ricerca del lavoro. E dove, a guardare le cifre, si scopre che il RdC è «assistenza» pura per oltre due terzi della sua portata finanziaria, concesso a platee diverse da quella per cui era stato concepito. O meglio: annunciato.
ASSEGNO A RISCHIO. L’Inps infatti versa per i percettori toscani 15 milioni ogni mese, ma per ora solo 4, 5 milioni vengono “investiti” su qualcuno che davvero è interessato a trovare lavoro o comunque ha il profilo e i requisiti per uscire dalle secche della disoccupazione. In regione infatti l’Inps calcola 31.631 nuclei familiari percettori di reddito di cittadinanza, assegni medi da 460 euro intestati ad un unico titolare di cui però beneficiano 74.727 persone. Eppure, solo una piccola parte di essi è davvero coinvolta nell’iter di sostegno con cui Centri per l’impiego (Cpi) e navigator dovrebbero accompagnare i beneficiari nella formazione e nella ricerca del lavoro. In un anno sono state solo 13.849 le persone convocate nei Cpi toscani. Motivo? Le altre rientrano in categorie di esenti. Non possono aderire al “patto per il lavoro” ma solo al “patto per l’inclusione”: disabili, malati, madri o padri con la responsabilità della cura di figli minori o anziani a casa che quindi non sono in grado di lavorare. Non solo. Finora si sono presentati ai colloqui 12.351 percettori sugli oltre 13 mila 800 convocati, e si è scoperto che altri 2.474 rientravano nella categoria degli esonerabili, anche loro per motivi di salute o di marginalità sociale. Sono 554 quelli che devono ancora essere visti dai Cpi, mentre 943 quelli che non si sono presentati all’appuntamento senza inviare una giustificazione. Non una cosa da poco, perché le regole sono chiare: per aver dato il primo forfait subiranno la decurtazione di una mensilità, in caso di seconda mancata presentazione dovranno rinunciare ad altre due mensilità, mentre alla terza assenza ingiustificata perderanno l’assegno. Addio reddito.
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“MEGLIO IL NERO”. «Per ora nessuno si è presentato rifiutando di firmare il patto per il lavoro. Ma è evidente, molti di coloro che non sono venuti ai colloqui sono percettori di assegni bassi che hanno sfruttato il RdC finché hanno potuto – dicono da un Centro per l’impiego della provincia di Livorno – Magari prendono assegni da 50-100 euro e preferiscono perderli piuttosto che rinunciare a barcamenarsi con il nero. Ma per noi non è un male, anzi. L’obbligo della firma del patto per il lavoro smaschera i furbetti, elimina le storture».
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NAVIGATOR IN TEMPESTA. Solo che, a stare alla legge, la convocazione per ogni percettore sarebbe dovuta avvenire a 30 giorni dal riconoscimento della card col reddito. Mentre, appunto, c’è chi deve ancora svolgere il colloquio con i navigator. «Questo perché i 152 navigator inviati in Toscana sono entrati in servizio ad ottobre, mentre la misura è partita a primavera – dice l’assessore regionale Cristina Grieco – Non solo, finora non è neppure partito l’iter che prevede il meccanismo delle tre offerte, quello per cui se rifiuti la prima posso fartene una seconda ma con condizioni più stringenti, come quella di proporti un posto più distante da casa. Il governo non ci ha ancora fornito gli strumenti finanziari necessari, e cioè gli assegni di ricollocazione da girare alle agenzie del lavoro».
SENZA FONDO. È un fondo ad hoc. «Arriverà a metà febbraio», dicono da Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, il braccio operativo del ministero. Ma non è ancora disponibile per i navigator neppure la piattaforma informatica utile ad incrociare domanda e offerta in modo da inquadrare la fetta di mercato migliore per ognuno dei disoccupati. Così «tutti i risultati ottenuti finora – continua Grieco – sono frutto delle politiche attive e dei fondi della Regione oltre che della competenza del personale dei Centri per l’impiego».
OCCUPATI A SCADENZA. Quali risultati? In Toscana, al 31 dicembre, avevano trovato un lavoro 3. 572 beneficiari sugli oltre 13 mila totali, 557 su 2.104 a Firenze, 581 su 2.098 a Livorno, 452 su 1.734 a Pisa, 402 su 1.921 a Lucca, 353 su 913 a Grosseto, 329 su 1.361 a Massa Carrara, 277 su 1.392 a Pistoia, 166 su 721 a Prato, 188 su 600 a Siena, 267 su 1.007 ad Arezzo. Un buon risultato? “Ni”, perché «la gran parte» di chi ha trovato un posto «lo ha avuto con un contratto a tempo determinato», ammette Grieco. Quanti? Difficile dirlo. Si sa però che solo l’8% delle offerte di lavoro è a tempo indeterminato. Non solo, il 10 dicembre i toscani ad aver trovato un impiego per Anpal erano 1.553, dunque in meno di 20 giorni avrebbero ottenuto un’occupazione 2.000 persone. Anche se già allora l’Emilia aveva occupato 1.917 persone, la Lombardia 2.755, Campania e Sicilia fra 3.400 e 3.600. Lì, però, ci sono praterie di beneficiari da circa 120 mila persone. E la gran parte anche lì esonerate dal lavoro. «Vedrete – ripeteva Di Maio un mese dopo il primo annuncio – il reddito di cittadinanza è una misura seria, non assistenzialista che rilancia il lavoro e lo sviluppo economico». —
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