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Il vescovo e il silenzio dopo le confidenze raccolte

Il vescovo e il silenzio dopo le confidenze raccolte

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Nella vicenda di Prato non sappiamo ancora come si siano svolti i fatti. Se le violenze descritte dai due giovani uomini siano davvero accadute quando erano poco più che bambini. L’indagine è all’inizio, ci dice la Procura, gli elementi raccolti troppo pochi.

Un fatto lo conosciamo con certezza, però. Ce lo racconta il diretto protagonista, l’ex vescovo di Prato. Raccoglie le confidenze di uno dei due fratelli, ascolta il racconto delle presunte violenze e, poi, lascia soli i ragazzi. Li consiglia di andare a presentare denuncia alla Procura. Ma non ce li accompagna. Perché?

Questa comportamento non ha spiegazione. Non l’avrebbe in terra, se a raccogliere il racconto fosse stato un “laico”, un uomo comune; non la può avere in Cielo, visto che a raccogliere il racconto – di fatto la richiesta di aiuto – è stato un uomo di Chiesa. E della Chiesa di Francesco, il papa che non ha compassione per i preti pedofili. Ora è necessaria una precisazione, proprio perché la violenza non è accertata. Accompagnare i ragazzi a sporgere denuncia non avrebbe significato avallare la versione delle vittime da parte della Chiesa. Piuttosto avrebbe significato svolgere il proprio compito di accoglienza e di sostegno nei confronti di due giovani che si dicono in grandi difficoltà.

Avrebbe significato anche non far sentire sole due ipotetiche vittime di violenza come, invece, accade la maggior parte delle volte: chi denuncia abusi, di solito, subisce un processo di “rivittimizzazione”. Con recriminizzazioni, diffidenze, isolamento.

Non è quello che ci si aspetta dalla Chiesa che, in compenso (e anche giustamente) non ha perso tempo a procurare legali ai propri sacerdoti. E anche – è il caso del vescovo di Massa – ad attaccare la Procura perché ha osato aprire un’indagine e capire se davvero siano state commesse violenze sessuali (anche di gruppo) su due ragazzini. Magari ora ci sarà anche qualcuno che si alzerà per dire che i fatti risalgono a più di 10 anni fa e che se fossero veri li potevano denunciare prima. Per chi ha questi dubbi, esistono risposte in studi e statistiche: in media per denunciare una violenza subita ci vogliono da 15 a 20 anni.

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